Pagina:Atti del parlamento italiano (1861).djvu/21

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

– 539 –

tornata del 16 aprile


Carlo Alberto che, quando venne la pienezza dei tempi, si dimenticò di essere Re del Piemonte, e volle o essere Re d’Italia o scomparire.

La Provvidenza doveva ancora assoggettare a dure prove la nostra generazione per renderla degna dell’altissima sorte, alla quale ora è vicina. La Provvidenza non permise allora che la grand’opera si compiesse; ma perchè Carlo Alberto, sdegnando di scendere a patti coll’Austria, gittò la corona dal capo e andò a morire in esilio, diremo oggi che Vittorio Emanuele non sia il continuatore della paterna politica, diremo ch’egli abbia il diritto di staccarsi dalla sua famiglia, e dire: tutto il passato è un fumo, il passato non mi appartiene, sono io l’autore di una nuova dinastia, che non deve riconoscere alcuno di coloro che mi precedettero? Questo, o signori, permettetemi di dirlo, non solo politicamente non può reggere, poichè politicamente il fatto si oppone, ma non può reggere neppure moralmente.

E qui avrei timore d’offendere i riguardi dovuti a questa Assemblea, se mi diffondessi molto a provare quanta delicatezza morale vi sia in questa questione, e quanto il pensiero che ho accennato debba essere potente in un nobile cuore. Dirò francamente al signor Ferrari che, se si trattasse soltanto di Vittorio Emanuele I, e non vi fosse stato altri al mondo di sua stirpe, potrebbe il culto di famiglia cedere il campo a più alte aspirazioni.

Vittorio Emanuele I fu certamente un uomo non tristo, ma raggirato da arti tristissime; un uomo il quale, non che precorrere, fors’anche non comprese i suoi tempi; ma siccome, o signori, vi sono ben altre memorie; siccome Vittorio Emanuele discende dai Filiberti e dagli Amedei; siccome è continuatore di una politica, la quale fu iniziata gloriosissimamente dal padre suo, mi pare che tutto quanto si possa dire in contrario non sia nè logico, nè generoso.

E qui, o signori, mi permetterete che io vi citi un grande fatto, per me essendo grande tutto ciò che si riferisce a quegli uomini veramente sommi, pe’ quali non solo è culto in Italia, ma dovunque spira un’aura di civiltà. Io mi ricordo che ne’ miei studi giovanili provai una profonda impressione, allorquando mi avvenni in un tratto del grandissimo dei nostri poeti, del pensatore sovrano, il quale, interrogato da quel grande che seppe difendere Firenze a viso aperto, interrogato da Farinata degli Uberti chi fossero i suoi maggiori, che cosa ci dice, o signori? Ci dice:

Io ch’era d’obbedir desideroso
Non gliel celai, ma tutto gliel’aperti.

E Dante Alighieri difese arditamente i suoi maggiori, li difese a fronte alta innanzi ad un uomo che era un gigante, e un gigante non solo in faccia al mondo, ma anche nella stessa ammirazione del poeta.

E Dante Alighieri era un ghibellino ed i suoi avi erano guelfi! Ma egli non ricordò che le virtù de’ suoi avi, senza curare le opinioni politiche, le quali, a parer suo, erano fallaci. Dante Alighieri, o signori, con questa religione degli avi, con questa religione della famiglia, è certamente uno scrittore anche più ammirando agli occhi della nazione, la quale sorse dal suo sublime pensiero. Quindi, e per ragioni politiche, e per ragioni morali, ed anche per savie induzioni storiche, io non posso affatto seguire l’opinione dei signori Ferrari e D’Ondes.

(Segue una pausa di pochi momenti.)

Signori, mi piace ora sottoporre alla Camera alcune riflessioni sul pensiero nel quale più era logica, secondo me, la questione posta dall’onorevole Ferrari.

A tal riguardo vi dirò che conosco due specie di principati: il principato che s’impone al popolo, e il principato eletto dal popolo. L’uno è differentissimo dall’altro, anzi direi che stanno ai poli opposti; sono tanto diversi l’uno dall’altro, quanto la libertà dal dispotismo, quanto la violenza dall’amore.

Lessi, non senza meraviglia, lo confesso, la discussione che ebbe luogo un mese fa in un’assemblea di Spagna. In quell’assemblea vi fu chi sostenne che la regina regnava per diritto nazionale. Non avrei mai creduto che tal proposizione avesse potuto offendere i nervi delicati di alcuno, ma pure li offese. Uomini devoti lealmente a quella monarchia si alzarono a respingere l’asserzione di quel deputato, come un’offesa al principio regio. Eppure, o signori, quella regina non regna per diritto che empiamente una volta chiamavasi divino; quella regina regna per diritto popolare, quella regina deve appunto la sua corona alla elezione del popolo, per virtù di una rivoluzione.

Guardiamo invece Vittorio Emanuele, il quale ascese al trono solo perchè era figlio di suo padre, e in un momento di atroce sventura per l’Italia, dirò anche, in un momento atroce per la libertà di tutti quanti i popoli civili d’Europa.

In quei momento, signori, Vittorio Emannele salendo al trono non si chiuse nel diritto divino, nel diritto ereditario, ma al contrario, o signori, qualunque suo atto, e, dirò quasi, ogni passo della sua carriera non fu che un omaggio solenne, altissimo al diritto nazionale. Così Vittorio Emanuele, fedele a questo diritto, ed a nessun’altra potenza che a questo diritto, Vittorio Emanuele potè rappresentare l’Italia al cospetto dei popoli italiani e al cospetto del mondo in un tempo in cui parlare d’Italia era delitto, in un tempo in cui la diplomazia non consentiva che quel nome venisse pronunciato.

Eppure, o signori, il nostro glorioso Monarca, appunto perchè era forte della coscienza di quel diritto, sosteneva una guerra, non meno gloriosa di quella del campo, contro la Corte di Roma, quando questa aveva per sè tutte le baionette dell’Europa schiava; la sosteneva, o signori, contro l’Austria colla dignità indomita del suo contegno, pria di venire alle mani.

So bene che allora era compassionato dagli uomini usi a vedere la monarchia in tutt’altro sentiero; ma egli, o signori, nella sua alta coscienza aveva compassione di loro; e se egli avea ragione, i fatti, mi pare, l’hanno dimostrato.

Ora io domando appunto, o signori: è egli a questo Re, il quale non si giovò del suo diritto ereditario se non per propugnare il diritto popolare, e per farlo trionfare al cospetto del mondo, è egli a questo Re, o signori, che noi abbiamo, mi si permetta di dirlo, che noi abbiamo il diritto d’imporre di rompere ogni legame colla sua famiglia, colle proprie affezioni, di non riconoscere nemmeno i valorosi principi che lo hanno preceduto? (Bravo! a destra)

Ora io vi prego, o signori, di fare un’altra considerazione, che mi pare gravissima, vi prego di riflettere che nelle condizioni nelle quali si trovava l’Italia dopo il 1849, in quelle tristissime condizioni che erano pur dolorose, come io diceva, per gli altri popoli, noi non avremmo potuto avviarci, senza un principio riconosciuto, riverito dalle potenze d’Europa, a quella magnanima impresa, della quale oggi vediamo quasi il compimento.

Le tradizioni storiche, il principio monarchico, ci furono giovevoli e nell’interno e all’estero. I potentati d’Europa, o signori, tollerarono che Vittorio Emanuele fosse stato, direi, un rivoluzionario perchè era re; ma crediamo noi che l’avrebbero tollerato se non avesse avuto una corona sul capo,