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tornata del 16 aprile


tato in Ispagna un titolo che si attaccava allo impero di Germania. Se la storia delle più illustri nazioni ci dice che i principi, mutando Stato o ingrandendolo, mutarono i titoli, ci dice pure che alcune volte li hanno mutati per rinnegare i diritti dei popoli, e l’esempio che il signor ministro d’agricoltura e commercio testè citava, di Ferdinando IV di Napoli, anzichè soccorrere al suo assunto, grandemente lo pregiudica.

Egli era il quarto Re di questo nome che sedesse sul trono delle Sicilie. Quando distrusse la libertà di quella nobile isola, che gli avea dato asilo nelle sventure, e per cui avea fatto i più grandi sacrifici, mutò nome, e fu Ferdinando primo Re del regno delle Due Sicilie. Così compiva l’atto della più esecranda ingratitudine e della più crudele oppressione!

Ricordando questa turpe storia di un re, io avrei sperato da voi, o signori ministri, che avreste consigliato al Re d’Italia che, se Ferdinando mutava il suo titolo dopo aver spogliato un popolo delle sue antiche libertà, per equipararlo ad un altro che libertà non aveva, egli, Vittorio Emanuele, doveva mutar pure il suo, ora che trattavasi di riconoscere il diritto di un popolo che gli offriva il più bel trono del mondo. Dovevano dirgli esser giusto che tal differenza si recasse tra Ferdinando, i cui successori avean perduta la corona, e Vittorio Emanuele che l’aveva raccolta.

Io porto convinzione che, se la Camera non cancella quel numero di secondo dal nome del Re, implicitamente riconosce che esso è Re per diritto di conquista e per diritto di nascita, non per volontà della nazione, che sparse il sangue dei suoi figli più generosi, che spezzò quattro troni, e che nella pienezza delle sue libertà a lui affidava le sue sorti.

Passo a parlare della seconda parte della legge: la grazia di Dio.

L’onorevole deputato D’Ondes crede indispensabile pel rispetto dovuto alla religione, che questa formola grazia di Dio accompagni il titolo del nuovo Re d’Italia in tutti gli atti governativi. Io non farò l’analisi minuta di quella formola; non dirò che cosa pensassero di questa parola i Tomisti e gli avversari loro i Molinisti; non dirò quale possa essere il senso filosofico delle medesime. Dirò solo che alcune formole, che furono nel loro primitivo significato innocenti ed anche morali, quando avvenne che si abusarono indegnamente, perdettero il loro carattere primitivo, e ne acquistarono un altro interamente diverso.

Le parole grazia di Dio, dopo che per tanti secoli servirono a indicare il diritto divino, in nome del quale furono fatte versar tante lacrime e tanto sangue, in nome dei quale si gettarono i popoli nella miseria, queste parole hanno perduto tutto ciò che indicavano nella loro origine; acquistarono un significato odioso, ed oramai non ricordano che le rovine che furono cagionate ed il sangue che fu versato sotto la bandiera dei papi e dei despoti, che in nome del diritto divino oppressero l’umanità e coprirono di lutto la terra.

Signori, le parole nella loro origine hanno un significato, ma il tempo e l’uso che di esse si fa possono interamente cambiarle. Chi di voi non sa quante scelleragginì si commisero all’ombra del vessillo in cui era scritto santa fede?

Ognuno che ricorda quel motto è impossibile che non si senta rabbrividire, pensando le stragi che si commisero a quel grido tremendo. Tuttavia quelle parole in sè nulla dinoterebbero di triste, ed ogni uomo credente in una fede chiama santa la propria.

Cosi avvenne di questa formola della grazia di Dio. Essa ha sempre significato che i re regnavano per diritto divino, e che in conseguenza il diritto dei popoli era nulla a fronte di esso. L’uno aveva origine celeste, l’altro origine mondana;

l’uno è primitivo e sovrano, l’altro è derivato e concesso. Quindi nella lotta fra questi diritti, le menti superstiziose del popolo davano ragione a ciò che era divino e non già a ciò che era umano, e la giustizia e la libertà furono raramente abitatrici di questa terra.

Noi dalle leggi dobbiamo eliminare per sempre queste formole, le quali, circondando di straordinario prestigio l’autorità, sono di nocumento ai re ed alle nazioni. Noi non siamo chiamati qui a fare inni alla Divinità, a tessere lodi e carmi al Principe. Noi dobbiamo stabilire una legge: se il Principe è degno degli encomii del suo popolo, se il Principe è degno dell’ammirazione degl’Italiani, la storia lo scriverà. Che se i signori della Commissione relatrice del progetto di legge mi dicono che questa frase: per la grazia di Dio, è una specie di inno che dobbiamo innalzare alla Divinità per lo stato prospero in cui siamo, io risponderò a questi signori: fate pure quest’inno alla Divinità, e troverete chi vorrà sottoscriverlo; ma, quando dobbiamo fare una legge, togliamo via tutto ciò che c’imbarazza, eliminiamo per sempre queste formole che ad altro non servono se non che a gettare le tenebre nella mente degli uomini, a creare e fomentare la cieca superstizione a danno del benessere e della morale dei popoli.

Signori, sembra questa a taluno una questione di parole, ma è una questione gravissima di fatti e di principii. Sulla formola della grazia di Dio si fondarono le perniciose teorie di Filmer, di Cowell, dei cardinali e dei gesuiti. Da questa grazia di Dio risultò come legittima conseguenza esser tutto lecito ai Re, e che i popoli, fossero pure governati da un Nerone, dovevano tacere e rassegnarsi. Qual bisogno havvi dunque che questa formola, la quale racchiude teorie così immorali, debba usarsi in questo secolo di civiltà, in una legge per la quale si debbono stabilire i più sacri diritti della nazione, i priifcipii che sono fondamento della sua libera esistenza?

Da questa formola i derivato e deriverà, finchè avremo nemici, fino a che avremo uomini che abboniscono la libertà, la conseguenza fatale: si a Deo rex, a Rege lex. Se il Re regna, perchè Dio lo vuole, e quasi come rappresentante di Dio, egli ha diritto di far tutto, e il popolo appena ha diritto di piangere e chinare il capo.

Mi si dirà che queste perniciose conseguenze sono poco temibili nei tempi in cui viviamo. Signori, abbiamo veduto spandersi questa tristissima teoria in un paese che era ben più di noi avvezzo alla libertà. In Inghilterra la libertà durava da più generazioni; eppure, non ostante la Magna Charta, non ostante la Dichiarazione dei diritti, non ostante il popolo armato, non ostante la mancanza di eserciti stanziali, queste teorie, sparse dai nemici della libertà, suscitarono alla medesima infiniti nemici, e di poco mancò che non soggiacesse ai loro colpi.

Che non possiamo temer noi, dove le libere istituzioni appena cominciano a sorgere, che abbiamo a casa nostra la fonte da cui parte il veleno delle massime che oscurano l’intelletto e corrompono il cuore?

Io dunque chieggo alla Camera che, in nome del diritto delle nazioni, elimini da questo disegno di legge il titolo di secondo che al Re si attribuisce, e tolga di mezzo la grazia di Dio. La volontà del popolo, unica base verace del nuovo regno, accompagnata da quelle due formole che fan risorgere il passato che abbiamo vinto, perde ogni valore, è come cinta da nemici che la insidiano e la minacciano; essa, come sta nella legge, parmi che sia dannata al supplizio di Massenzio; il vivo incatenato al morto, che minaccia di corromperlo e di distruggerlo.

Signori, se noi fossimo nelle condizioni della Francia o del-