Pagina:Atti del parlamento italiano (1861).djvu/30

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

– 548 –

camera dei deputati -- sessione del 1861


mezzogiorno d’Italia si coltivava e premiava la ignoranza, senza cui era impossibile conservarci branchi di pecore e di zebe? la discordia per istolte gare municipali, come se fosse stata gloria od utilità l’abbassare i fratelli al nostro livello di abbiezione, anziché innalzarci tutti a comune livello di grandezza e di prosperità?

Chi ignora la schiavitù, che n’era la necessaria conseguenza? Rifugge il mio pensiero dalla siepe di baionette, mercè cui tutelavasi la quiete carceraria, direi meglio, sepolcrale dell’ex-reame di Napoli. Non solo era inviso il moto intellettuale, che avrebbe scoperto un altro orizzonte d’idee e di desiderii, ma benanco vietato il movimento fisico, per forzato sospettoso confino.

Non vi é stata famiglia, che non abbia veduto violata la santità del domicilio; che non abbia versato lagrime di dolore, nel vedersi divelti i suoi cari dal seno per insani sospetti, o gittati nelle cupe prigioni, o spersi dal vento dell’esiglio, dolore supremo, che si riteneva una grazia, per salvarsi dal mal maggiore degli ergastoli e dalle mannaie, pene non più retaggio del delitto, ma seguaci dell’amor della patria.

Chi ignora la miseria impostaci quasi per farci tenere chino e dimesso il capo? Spente le industrie, impraticabili le strade, inapprodabili i porti; una cosa solo era in istudio fiorente: il monopolio della setta dominante, in cima a cui stava il demoralizzato e demolarizzante Governo.

Ed in quel supremo istante che cosa eravamo per divenire?

Liberi cittadini, non di sprezzate frazioni, sibbene della grande famiglia del si.

Rinati nel mondo della intelligenza, poiché acquistavamo il diritto di apprendere dalla sapienza altrui, senza il beneplacito della Congregazione dell’Indice, di manifestare i nostri pensamenti mercè la libera stampa.

Rinati al commercio, poiché nostre divenivano le industrie tutte del bel paese; nostri i navigli protettori di Genova e Livorno, di Napoli e Sicilia, di Ancona, ed in rosea speranza della già già risorgente signora delle lagune; nostre le strade ferrate che hanno fatto sparire le distanze, e con ciò l’unico ostacolo magnificato dal grande Napoleone alla unificazione della nostra Penisola; spezzate le avare linee doganali; sperperati gli eserciti di pubblicani, che, come vivente muraglia della China, dividevano i fratelli dai fratelli.

In quello istante solenne noi eravamo dunque tra un doloroso passato ed un sorridente avvenire: quale sciagurato avrebbe potuto tentennar nella scelta? E specialmente quando la Provvidenza visibilmente aveva scritto la sillaba, che non è forza umana cancellare? Vedetela ordinare i mezzi alla gran meta. Tristi principi, che, per conservare un irrevocabile passato di sognata grazia di Dio, si baloccano del nome augusto di Dio, disinvoltamente spergiurando, e continuando a mungere e tosare, da una parte. Dall’altra, la famiglia dalle bianche mani, che nell’amore non mai tentennante dei suoi figli più che sudditi, da nove secoli si matura agli alti destini. Il gran giorno è arrivato: Carlo Alberto incontra il martirio per la causa italiana; è giusto che suo figlio raccolgane il glorioso retaggio. All’erede di tanti illustri, a colui che raccolse entro il mantello forato da palle nemiche la corona paterna, insanguinata, ma di sangue nemico, a Novara; a colui che piccolo vicino guardò in viso il colosso dai piè di creta, e lo fe’ impallidire; al caporale dei Zuavi, vincitore di Palestro e di San Martino; al Re, cui, vivo, la storia ha dato l’unico epiteto di galantuomo, è giusto che Italia tutta, unanime, fidente, riverente, commetta i suoi futuri destini. Ed io, ch’ebbi l’onore fortunato di riportare sull’ara della patria restaurata i voti de’ miei estremi Calabresi, con tutta effu-
sione proruppi con tutti voi nell’unico grido di Viva Vittorio Emanuele, re d’Italia.

Raccolga egli il magnifico retaggio dei Cesari: realizzi quel che fu sogno per Astolfo e Desiderio: vesta per sempre lo splendido paludamento indossato per brevi istanti da Berengario e da Arduino; sia l’ignoto desiderato, che fe’ perfino divenire ghibellino l’Alighieri, che indusse il Segretario Fiorentino ad augurarci un despota, purché unificasse l’Italia.

Furono questi i voti di 22 milioni di redenti; non isfugga mai ai più tardi nepoti dell’Eletto, che la sventura dei popoli fe’ man bassa sulle male signorie; che la patriarcale bontà di Casa Sabauda l’ha innalzato a tanta grandezza; che 26 milioni di cuori palpitano di riverenza e di affetto; che è un dovere pei Reali di Savoia esser simili ai loro maggiori in bontà, è un dovere esser grati verso il popolo italiano.

Ma nel soddisfare in quel giorno memorando ai debiti del cuore, dall’altro lato rimaneva a far qualche cosa sulle esigenze dell’intelletto. Dovevamo all’Europa lo spettacolo della unanimità sulla unità d’Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele; ma dovevamo a noi stessi ed ai nostri mandanti la parta secondaria della legge. Fu quindi provvido consiglio occuparsi in quella tornata della sola proclamazione, di essersi rimandato a libero e coscienzioso esame tutt’altro.

E mi permetta la Camera protestare fin da ora, che io non sarò schifiltoso per semplici parole, ma debbo esserlo per parole, che implicano idee o producono effetti.

Non posso disapprovare che nella legge siensi congiunte le due origini della sovranità di Vittorio Emanuele. La sola grazia di Dio, ben disse un eloquente deputato, è stata spesso la disgrazia dei popoli: ma quando a questo fondamento del diritto storico-religioso si unisce l’altro importantissimo della volontà popolare, che è la vera manifestazione della volontà di Dio, la esclusività de’ due opposti principii si dilegua, e ne risulta tale armonia, da contentare le pavide coscienze e le menti vivaci. È altamente utile che si sappia dai milioni d’Italiani che per la grazia di Dio il Lazzaro quatriduano della nostra patria è risorto; importa che stia fermo che il miracolo della risurrezione non ebbe luogo che col concorso di tutte le finora sparte e scisse membra della Penisola.

Però mancherei ad un sentito dovere, se non mi dolessi del vedersi conservato l’addiettivo II al nome glorioso del Re Eletto. Se si trattasse di una tesi accademica, lo combatterei, perchè fa a capelli con la logica.

II presidente del Consiglio esponeva al Senato: «che il regno d’Italia è oggi un fatto: questo fatto dobbiamo affermarlo in cospetto dei popoli Italiani e dell’Europa.»

Più vivacemente diceva in quest’aula: «che diverse frazioni di nazione si riscuotono finalmente invocando il loro diritto; rinnovellano sè stesse, e si affermano al cospetto del mondo.»

Or bene, o rappresentanti, se il regno d’Italia non era ieri per colpa di fortuna e sua, se oggi è fatto; se questo fatto di oggi bisogna affermarlo, il Re di questo nuovo regno d’oggi è primo; non può esserlo secondo, come lo era del regno cessato ed assorto.

Non mi fermerò sui precedenti storici, poiché veramente ne avremmo a iosa in favore dell’una e dell’altra ipotesi. Che monta, da un lato, che Giacomo VI di Scozia diventi I d’Inghilterra; che Ferdinando Borbone da III e IV di Napoli e Sicilia diventi I del regno delle Due Sicilie; che Francesco II di Germania diventi I d’Austria, e via discorrendo; e, dall’altro, che Federico II di Prussia tale si conservi, comunque alla corona ducale surroghi la reale? ed Amedeo VIII, comunque alla corona de’ conti surrroghi quella di duca? La storia non