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tornata del 17 aprile


lui dovrebbe chinar gli occhi e dire: il mondo si muove, Dio lo conduce, e noi siamo i ciechi suoi stromenti!

Ma l’onorevole Ferrari forse non si briga di tutto ciò; egli non teme nè i roghi, nè le conquiste, nè la legittimità, e non paventa, io lo spero, non paventa che il Re d’Italia abbia a rinnovare gli esempi di Arrigo IV imperatore. Egli non combatte le ombre, combatte la realtà; non combatte le nuvole, combatte le cose salde.

E qui confesso che mi trovo in una specie d’impiccio verso di lui, nè so bene in qual modo debba esprimermi; mi ci proverò, assicurandolo anticipatamente che le mie parole non hanno alcun senso di offesa.

Fu detto che gl’Italiani sono, per loro natura, diplomatici. Voi sapete che i nunzi pontificii, a voler giudicare le cose spassionatamente, ebbero sempre grande rinomanza nei negoziati, nelle ambascierie; uguale riputazione ebbero i ministri di Casa Savoia. E chi giudichi gli avvenimenti di questi ultimi anni nella Penisola, potrebbe dire che la diplomazia non istette tutta chiusa nei gabinetti, ma che il popolo italiano intero fu un vero, un abile diplomatico in tutta la sua condotta.

Non è dunque maraviglia se anche il deputato Ferrari arieggi il diplomatico; posso ingannarmi, ma gli ultimi suoi discorsi mi hanno lasciato supporre questo nuovo indirizzo del suo ingegno o, per meglio dire, del suo modo di argomentare.

Nella discussione sopra le cose di Roma, egli diceva che alla città eterna bisogna andare colle idee degli enciclopedisti, colle idee della rivoluzione francese. Se ho ben letto il rendiconto negli atti parlamentari, non avendo io in quel giorno ancora l’onore di sedere in questa Assemblea, parve che questa proposizione destasse un lieve mormorio, un lieve susurro, come di chi non approva, come di chi sente una di quelle frasi che si amerebbe meglio di non udire. Allora un altro deputato sorse e spiegò molto lucidamente il significato di quella espressione di lui, dichiarando che essa accennava alla libertà del pensiero, alla libertà di coscienza, e simili. Il deputato Ferrari confermò la spiegazione del nostro collega. Quando io ciò lessi, sclamai fra me che in vero l’onorevole Ferrari ci rubava il mestiere e quasi già ci lasciava di un buon tratto di via indietro.

presidente. Pregherei l’onorevole Carutti di andare più direttamente alla questione, perchè, frammettendovi le discussioni che ebbero luogo in altre circostanze, si condurrà troppo in lungo questa. Naturalmente il deputato Ferrari vorrà rispondere su quest’oggetto, ed allora tornerà in campo una discussione che è già terminata. Quindi, ripeto, se egli si compiacesse di venire un po’ più presto alla questione, questo dibattimento forse non correrebbe rischio di essere protratto di troppo. (Bravo! a sinistra)

carutti. Rientro subito nella questione.

Ieri egli parlò press’a poco nello stesso senso, e disse che per far guerra al vicario di Dio ci volevano idee dotate di nuova virtù. E non ci fu più alcuno che desse spiegazione soddisfacente, anzi un altro deputato si alzò e, procedendo più oltre, portò la questione più in là, e disse, volgendosi a noi: qual è il vostro Dio? di qual Dio parlate? E soggiunse altre parole che io non ripeto.

Ebbene, o signori, io dichiaro altamente che non temo la libera discussione, io l’amo anzi, ma alla condizione che tutti abbiano facoltà di replicare, tutti abbiano facoltà di rispondere ai concetti degli avversari, a condizione che si abbia il coraggio della propria opinione. E, siccome questo coraggio io sento d’averlo, rispondo oggi ad una parola che forse non dovea suonare in questa Camera.

Io dico a chi c’interroga quale è il Dio che invoca questa legge, quale è il Dio di cui parlano gli Italiani, io dico, molto ricisamente, che il nostro Dio è il Dio del catechismo, il Dio il cui nome abbiamo imparato dalle labbra delle madri nostre, il Dio che la nazione riconosce unanime nella sua religione. (A destra e al centro: Bravo! Bene!)

Signori, voi volete andare a Roma con idee dotate di una nuova virtù contro il vicario di Dio (Con calore); ebbene io vi rispondo: a Roma con queste idee potrete andarci forse, ma a Roma non ci rimarrete mai. No, signori, perchè l’Italia senza la sua religione non può concepirsi da chiunque abbia e veduto e studiato la patria nostra; l’Italia e la reliligione sua sono due termini inseparabili, inscindibili. Comprenderei forse l’Italia senza il raggio di quel sole che la riscalda, non comprenderei l’Italia senza il cattolicismo. Cercate l’Italia nella poesia, nella filosofia, nelle arti, nelle scienze, in tutto quanto rese ammiranda questa gran madre degli ingegni e delle opere magnanime (A destra e al centro Bravo! Bene!); interrogate i poeti dall’Alighieri ad Alessandro Manzoni, e udirete i loro canti più nobili, più sublimi, più grandi, dettati, inspirati da quella religione che ha riscattato l’umanità, che da flagellati schiavi ci ha fatti liberi cittadini. (Viva approvazione ed applausi dalle tribune) Guardate le tele, i marmi, le moli, le cupole erette al cielo; perscrutate le scienze razionali da san Tommaso d’Acquino a Vincenzo Gioberti, le fisiche da Galileo Galilei ad Alessandro Volta, e in tutti i miracoli dell’immaginazione e del sapere troverete Italia e religione congiunte. E se, per avventura, v’imbattete in qualche eccezione, per quanto grande ella sia, la solitudine che la circonda, rafferma viemmeglio l’universalità del fatto. E voi, o signori, volete andare a Roma con altre idee? Ebbene io vi dico che, disfacendo le credenze italiane, voi disfate l’Italia. (Bravo! a destra — Bisbigli a sinistra)

Aprite quelle porte, volgete lo sguardo a ponente: vi sta dinanzi la mole delle Alpi torreggianti; ebbene, colle vostre deboli mani schianterete questi giganti di macigno, anzichè svellere dai cuori italiani la fede dei loro padri. (Applausi a destra)

Passo alla terza questione, la quale riguarda le obbiezioni che si fanno al nome del Re.

Queste obbiezioni si fondano tutte sulla logica, sono tirate dai precedenti.

Un secondo suppone un primo; ma dov’è il primo Re d’Italia il quale porti il nome di Vittorio Emanuele? I precedenti ci provano che cambiasi il titolo, quando un sovrano da uno Stato minore passa ad uno Stato maggiore; che il sovrano nol cambia quando da uno maggiore discende ad uno minore. Forse che il Re di Sardegna, assumendo il titolo di Re d’Italia, si trova in questo secondo caso?

Io confesso che il ragionamento è invincibile, e non mi attenterò di confutarlo. Il secondo suppone un primo. Ora il primo non c’è. Sarebbe inutile il negarlo. Pure la maggior parte di noi non si acqueta, sente una ripugnanza istintiva ad alterare quel nome. La mente si raccoglie, medita, e conchiude per rigettare ogni alterazione.

E perchè, o signori? Perchè vi è qualche cosa più potente della logica, perchè qui si deve ragionare con altro metodo.

Più potente della logica è il sentimento; la nostra logica in questo caso debb’essere la ragione di Stato.

I Principi di Casa Savoia non ebbero mai usanza di mutare il nome loro, anche mutando Stato. Amedeo VIII assume il titolo di Duca, e continua a nominarsi Amedeo VIII. Vittorio Amedeo II, il primo Re della sua stirpe, si chiama secondo,
Camera dei DeputatiDiscussioni del 1861.70