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| del conte monaldo leopardi | 299 |
All’accusa che il Giordani abbia sviato il giovanetto
imprese, ed a teatro vastissimo; si progettò per Giacomo un posto o almeno un soggiorno in Milano ovvero in Roma; si assegnò al secondo una piazza di ufficiale fralle truppe del Piemonte, e fino si parlo di non so quale matrimonio per una mia figlia. Giordani partì portando con sè il segreto dei figli miei, e se non fu scellerato per eccitare in essi sentimenti contrarii ai loro doveri, fu incauto fomentandoli coi suoi discorsi, e fu crudele con me conservando il più rigoroso silenzio. La corrispondenza di loro con esso è continuata; si sono trattate sempre le stesse materie, si è disceso ai dettagli, si è stato al momento della esecuzione, e Giordani non mi ha scritto una sillaba, nè mi ha fatto pervenire un avviso. So che ha scritto a Giacomo qnalche lettera saggia, ma se una scintilla promuove un incendio, una stilla non basta ad estinguerlo. Giordani per lo meno è stato imprudente, e le imprudenze con li giovani sono fatali. Nè questa sola ha commessa. Coll’occasione similmente della letteratura ha suggerita e favorita la corrispondenza di Giacomo con molti lettorati di Italia. Fra questi vi sono spiriti pericolosi e inquieti, e Giordani è obbligato a conoscerli e li conosce. Costoro non hanno mentito se stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere, lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e a coadjuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni. Caro sig. Avvocato, io sono assai lontano da qualunque fanatismo, ma sono ancora lontano dall’esser cieco. Quanto le ho scritto è tutto vero, ed è vero ancora il di più che taccio. Il fatto sta che alla venuta di Giordani i miei figli cambiarono natura. Mi rispettano perchè sono educati, e perchè mi farel rispettare se nol facessero, ma non mi danno verun altra soddisfazione. Abborriscono la patria che ogni uomo onesto deve amare e servire qualunque essa sia, e quale gli è stata destinata dalla providenza; abborriscono quasi la casa paterna, perchè in essa si considerano estranei e prigionieri, e forse abborriscono me che con un cuore troppo pieno di amore per tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno inesorabile. Io invidio la sorte di un padre mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore lo vede accolto dall’amore, e dalla riconoscenza dei figli. Io consumo la..........»
Fin qui giunge la minuta della lettera che conservasi nell’archivio domestico a Recanati. Povero padre! Forse non gli bastò più il cuore di andare innanzi! Chi amasse vedere la vaga risposta che manda il Brighenti a Monaldo, la legga nei Nuovi documenti del Piergili p. LXV-LXX.
Il 28 decembre 1830 lo stesso Monaldo scriveva così all’Anti-