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| 300 | appendice all'autobiografia |
Leopardi so che fu data formale smentita e da quello e da
ci:... Di Giacomo so che sta abbastanza bene, e non è andato a Pisa come pensava, ma passa l’inverno a Firenze. Del signor Giordani poi non so nulla, e questo miserabile apostata dovrebbe stare lontano un milione di miglia dal consorzio degli uomini. Quello è un alito che contamina chiunque ardisca di avvicinarglisi.» Il cuore faceva sangue tuttora. Certe piaghe non rimarginano mai.
Il Gioberti nella sua Teorica del sovranaturale (nota 32) scriveva quanto appresso: «A proposito delle funeste dottrine professate dal Leopardi, non sarà forse discaro ai lettori l’intendere ciò che io ho udito dalla sua bocca, e che può spiegare fino ad un certo segno, un traviamento così straordinario in uno degli ingegni più eleganti, e degli animi più belli, più amabili e più generosi che abbiano onorato da gran tempo la nostra penisola. L’incredulità non fu un parto spontaneo della sua mente, nè un frutto immediato dei suoi studii, come pare che, per difetto di buone informazioni, abbia creduto l’autore d’una nota biografica stampata in un giornale francese; e quando gli fu istillata, benchè egli già fosse dottissimo in letteratura, non era ugualmente versato nelle materie che spettano alla religione e alla filosofia. In appresso il Leopardi si diede effettualmente a questi studii, e vi recò l’ardore e la potenza intellettiva, che metteva in ogni sua elucubrazione; ma il sensismo e la miscredenza dominarono allora generalmente nell’Europa meridionale, e le dottrine del Locke, del Condillac, del Tracy godevano in Italia di un’autorità irrefragabile, che dovette confermare il Leopardi nell’indirizzo che egli avea ricevuto. Io stimo però che una mente così capace non sarebbe indugiata gran tempo ad accorgersi dell’errore e a mutar cammino, se avesse potuto proseguire a leggere e a meditare; ma cominciò ben tosto per l’infelice quella malattia, che lo accompagnò fino alla morte. Nella prima edizione della Teoria si dava la colpa apertamente al Giordani; ma, risaputo Il Gioberti che questi n’era rimasto dispiacentissimo, nelle altre edizioni (la consultata da me è quella del Marghieri, Napoli 1864) a’espunse il nome, non si però che, chi ben metta gli occhi tra le linee, nol sappia ritrovare.
Ripetè l’accusa Gino Capponi (Scritti editi ed inediti, vol. II, p. 445, Pensiero XVIII), quando con tutta franchezza scrive: <... Il povero Leopardi aveva scusa nell’essere gobbo; ma non è forse una piccolezza il non sapere vivere gobbo? Avrebbe saputo (perchè nell’anima sua e nell’ingegno era del grande), se il Giordani e tutto il secolo dei letterati di quella scuola (saecla ferarum) non gli avessero contro suo genio messa addosso una sciaurata filosofa.»
E la contessa Ippolita Mazzagalli, cugina e coetanes di Giacomo,