| 302 |
appendice all'autobiografia |
|
gnore;[1] che desiderava vederlo fra gli spiriti forti e spregiudicati; che sperava, anzi aveva fiducia che tra gli scrittori nazionali che combattevano le battaglie della penna per la madre Italia, il contino andasse innanzi a tutti con l’esempio, e di tutti fosse guida e maestro. Essi di tutto questo sono meglio che persuasi, e non devono dunque credere di far onta al nome dell’amico, se s’inducono a giudicare che una parte almeno indiretta il Giordani l’ebbe nel passaggio che fece Giacomo dalle verità più rassicuranti alle dottrine del più puro scetticismo. Che se eglino neppure a questo modus vivendi vogliono acconciarsi, veggano di non perder tutto per voler tutto. Allora metterebbero nella necessità i fautori di Monaldo e degli altri che sono involti nella medesima accusa, di far la parte del fiscale, e per abbattere le deposizioni de’ loro avversari, potrebbero metter fuori e provare (quanto a Giacomo) che se questi fu ingegno maraviglioso, non fu gran carattere; e che la forza dell’amore gli potè facilmente vietare di accusar l’amico del suo cuore; tanto più che a lui importava supremamente che altri dubitasse neppure un momento che quanto egli pensava non fosse tutto di testa sua. Quanto poi al Giordani potrebbero mostrare ch’egli parecchie delle idee che aveva, non amava, per quieto vivere, si spacciassero come sue; che non gli gradiva si strombazzasse aver lui abusato dell’amicizia ed ospitalità.
- ↑ Scrivendosi per la verità, debbo dire che il 9 decembre 1821, il Giordani scrisse a Giacomo che si facesse prete. Dalla lettera edita nell’Epistolario (vol. II, p. 375) appare tutto il contrario. Dov’è scritto: «Io mi credo che sia da ributtare questo partito (di farsi prete)» leggasi: «Non sia da ributtare ecc.» come scrisse veramente il Giordani, e com’è necessario, perchè la lettera abbia senso. Ma il consiglio dell’amico non arrivava più in tempo. «Una stilla, diceva Monaldo, non basta ad estinguore un incendio. »