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18 sommario della storia d'italia


incapacitá di farsi un avvenire. Non v’è rimedio; non si può uscire dalle condizioni del proprio essere; bisogna saper esser bene ciò che si è; chi ha un passato, debbe tenerne conto nel presente, se vuole apparecchiarsi un avvenire.

Ma io tronco questo discorso di un tempo che si annunzia oramai sereno all’operositá italiana, per tornare alla mia oscuritá. Fu giá sogno di mia gioventú letteraria scrivere una storia generale di mia patria. Fu colpa mia non averlo adempiuto? Dio solo sa ciò che avrebbono potuto gli uomini. Ad ogni modo questo volume è misero resto di quel sogno. Sia tale almeno, che porti seco tutta quella utilitá che può avere. Un ristretto come questo non può recare quegli esempi particolari che soli servono d’insegnamento alla vita pubblica degli uomini; ma raccogliendo in poco spazio e presentando cosí alla memoria ed all’attenzione altrui la vita intiera d’una nazione, può servir talora alla formazione della politica permanente di lei. Non aggiungo alla piccolezza del lavoro né la miseria delle vanitá personali né quella di troppa obbedienza alle supposte od anche alle buone regole. Se si trovi soverchio il mio discorrere per un sommario, si muti questa parola sul titolo, e vi si ponga Discorsi. Ci sará cosí almeno conceduto il discorrere.

Per servire al medesimo scopo, ho esteso e posto al passato il cenno ch’io faceva giá degli anni non finiti allora dal 1814 al 1848; ed ho aggiunte alcune parole sugli anni presenti. — Debbo i miglioramenti tipografici, e quello principale dell’indice dei nomi, a’ miei editori; e debbo al signor Reumont, tedesco caro all’Italia, alcune correzioni dei fatti storici: ne avrei potute far altre, se in questi anni in che si pensava a tutt’altro che libri, non avessi smarrite alcune simili note mandatemi da altri benevoli ed attenti leggitori. Se non fosse indiscrezione nuova, pregherei questi a rimandarmele, e chicchessia a mandarmene altre. S’intende sempre correzioni di fatti; ché, quanto a’ princípi od opinioni, è piú difficile che mai ch’io ne muti nessuna.

Torino, 5 novembre 1850.