Pagina:Balbo, Cesare – Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, Vol. I, 1913 – BEIC 1740806.djvu/265

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in Inghilterra, in Fiandra, in Oriente, alle crociate. Casa Savoia fornirebbe ad una storia della cavalleria piú numerosi, piú splendidi e piú veri cavalieri, che non ne sieno di falsi in parecchi poemi e romanzi; casa Savoia ebbe quasi sempre la virtú di entrare con alacritá, e cosí con fortuna, nelle condizioni de’ secoli suoi. — Al finir del decimoterzo fece un grand’errore; ma perché questo pure era del tempo, e gli errori stessi, quando sono tali, sono men pericolosi, perciò questo la indebolí appena, o forse l’afforzò. Vi si disputò, s’alterò, forse s’usurpò, e certo si divise la successione tra Amedeo V e il fanciullo Filippo nipote di lui [1285]. Gli Stati generali, raunati in Giaveno, ne decisero o sancirono la decisione; Amedeo V rimase conte di Savoia e signor supremo, il fanciullo signor vassallo del Piemonte. E cosí rimase la famiglia divisa ne’ due rami (oltre altri minori) un centotrenta anni; pur signoreggiando il ramo Savoiardo su quel di Piemonte, che dalla moglie di Filippo ebbe pretese e nome di principi d’Acaia. Del resto, Amedeo V superò forse i predecessori in isplendor di cavalleria e certo in potenza. Nel 1290 entrò in una lega contro a Guglielmo di Monferrato, che fu poi preso dagli alessandrini, e tenuto in una gabbia dove morí commiserato da Dante nel poema [1292]. Finita in Giovanni, figlio di questo, la casa Aleramica e prima di Monferrato [1305], passò il marchesato a sua figlia ed al marito che era de’ Paleologhi di Costantinopoli, e continuò in questa seconda casa, benché i saluzzesi gliel disputassero e perciò facessero omaggio ad Amedeo V. Questi fu poi gran seguace e consigliero ad Arrigo VII imperatore nella sua discesa dal 1309 al 1313; e gran nemico come tutti i suoi, ed era naturale, agli Angioini che da Provenza e dal mezzodí volevano ficcarsi in Piemonte. Nel 1316 dicono andasse a combattere pe’ cavalieri gerosolimitani contro a’ saracini a Rodi; e salvatala, ne portasse il motto cavalleresco di «FERT», il quale significhi colle quattro iniziali: «Fortitudo Eius Rodhum Tenuit». Ma se mi si conceda una digressione di due righe su questo patrio trastullo, io crederei che questo motto, il quale si trova piú antico e sempre intrecciato con «lacci d’amore», non voglia dir altro, se non che