Pagina:Balbo, Cesare – Storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, Vol. II, 1914 – BEIC 1741401.djvu/130

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126 libro settimo

Ad ogni modo fu cessazione dell’operositá guerriera di Piemonte. L’esercito tenuto in piè, riordinato, esercitato non vi supplí. Né vi supplirono le operositá di pace, le riforme, i progressi civili fatti qui, del resto, anche meno arditamente che non altrove. Furono in tutto progressi di principato assoluto e non piú; riforme ecclesiastiche piú moderate che altrove; riforme feodali contro a’ signori; uniformitá, centralitá di governo; giustizia retta e severa; severo reggimento delle finanze; e per la prima volta da molto tempo, severi costumi, severa corte. Fu, in tutto, regno piú buono che grande, ed uno buono dopo uno grande è forse giá decadenza. La Sardegna, rozza ancora, quasi barbara, fu quella che si fece progredir piú, per portarla a quel segno delle altre province che si voleva arrivare, non oltrepassare. Lá furono fondate [1764, 1765] le universitá di Cagliari e Sassari. Ma in Piemonte bastò il mantenere, non si vollero forse avanzare gli studi. Ad ogni modo, avanzarono da sé; era giunto il tempo che Piemonte entrasse nelle colture italiane, e v’entrò splendidamente, come vedremo. Fu grave macchia di questo regno, Giannone esule da Napoli a Ginevra, e di lá venuto a Savoia per far sua pasqua, e cosí arrestato e tenuto poi prigione nella cittadella di Torino, dove morí il 7 marzo 1748. Tutto ciò per mal compiacere a Roma, a danno altrui, dopo averle dispiaciuto a profitto proprio. Morí Carlo Emmanuele III ai 20 febbraio 1773. Succedettegli suo figlio Vittorio Amedeo III, minore di lui. E fu servito da uomini pur minori; sia perché ogni principe li cerca pari a sé, sia perché gli uomini eran cresciuti dammeno in tempi piú facili. Amò, curò, esercitò molto, anzi esageratamente, la milizia; e per avere, nella pace non interrotta, un grosso ed allestito esercito, scompose le finanze assestate dal padre, e gravolle di grossi debiti, cattivo apparecchio alle guerre future. Istituí l’Accademia di Torino; amò piú che il padre le lettere e i letterati, e volle proteggerli; ma non dando loro libertá eguale a quella che giá cresceva per essi altrove, fu vergogna del regno suo, che i maggiori uomini di esso, Lagrangia, Alfieri, Denina, Bodoni ed altri, si facessero illustri o grandi,