Pagina:Balbo, Cesare – Storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, Vol. II, 1914 – BEIC 1741401.djvu/180

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176 libro settimo

se il nostro pensiero ci trattiene in terra, si leva a poco volo. Che se noi sappiamo abbandonarci a quelle considerazioni soprannaturali, le quali innalzano il pensiero quasi tra terra e cielo, noi veggiamo aver avuto que’ nostri padri una maggior ricompensa, un magnifico destino: quello d’apparecchiare il primo campo della cristianitá. Ma in ciò fare, Roma erasi fatta troppo grande per durar repubblica; anche a’ nostri dí, ed inventata la rappresentanza de’ lontani ne’ grandi Consigli nazionali, sarebbe forse impossibile il governo repubblicano a un cosí vasto imperio; ma impossibile era certamente a que’ tempi, quando la partecipazione ai governi, ai Consigli, la libertá politica, la libertá compiuta non s’estese mai oltre alle mura o al territorio d’una cittá; impossibile era che la cittá signora di tanto mondo non s’arricchisse sterminatamente e cosí non si corrompesse, non s’arricchisse inegualissimamente e cosí non si dividesse all’interno suo; ed impossibile poi che dividendosi, e parteggiandone, e combattendone, non vincesse alla lunga la parte dei piú contro ai pochi, e non sorgesse all’ultimo uno solo sopra a’ piú, un principe sul popolo, come quasi sempre succede. E allora si compiè la rivoluzione della repubblica in imperio. — Viene dunque la etá terza, o di questo imperio; e con poco diletto nella storia, poco utile negli insegnamenti, essendo essa d’una cosí sfacciata tirannia, d’una cosí sfacciata servitú, che non può rinnovarsi nella cristianitá; non pericoli, non accrescimenti all’infuori, non divisioni, non parti, non vita addentro, non operositá fuori né dentro, salvo che di lettere al principio, ma per poco; finché tutto fu ozio e vizi e corruzione, finché il popolo romano, che aveva vinte nazioni su nazioni incivilite, prodi e grandi, non fu piú pari a difendersi contro alle genti sparse e barbare che l’assalirono, l’invasero, lo distrussero. Una consolazione, una bellezza sola ma suprema sorge in tutta questa etá: il sorgere dapprima oscuro, poi a un tratto splendidissimo della cristianitá; la cristianitá sollevantesi tra le rovine dell’imperio, ed ivi aspettante i barbari. — S’empie quindi tutta di questi barbari la quarta etá. E di nuovo, nulla quasi di bello; salvo forse Teoderico gran re d’Italia e d’altre province