Pagina:Balbo, Cesare – Storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, Vol. II, 1914 – BEIC 1741401.djvu/201

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

appendice 197

particolari che dimostrano la realitá di questo sommo male, le differenze di schiatta, di lingua, di costumi, di sentimenti, d’interessi; la lontananza del centro governativo, la lentezza d’ogni decisione, i cinquanta o sessanta milioni tolti annualmente al paese, l’ozio naturalmente invadente, i vizi conseguenti, l’avvilimento universale inevitabile. Ma scrivendo ad italiani, che han provato e provano quel sommo male per sé, o nei compatrioti e vicini, ogni cenno che io ne dessi qui, sarebbe inferiore al vero che ne hanno concepito essi. — Insomma, a chi consideri ora tutta questa condizione comparata de’ diversi Stati d’Italia, è chiaro che se mai doveva venire qualche miglioramento vero, qualche impulso grande al progresso italiano, ei doveva venire dal Piemonte: gli altri Stati erano, anche in ciò che avean di meglio, stazionari; il Piemonte, anche in ciò che aveva di peggio, progrediva, aveva giá il moto ascendente; e il moto ulteriore non si poteva sperare se non dal moto. E cosí credevano, speravano allora gli italiani; tutti gli occhi eran rivolti al Piemonte, a Carlo Alberto. E le speranze comuni non furono ingannate.

Niuno di coloro che scriveranno la storia distesa, o qualsiasi compendio di questo periodo, non potranno dividere, come facemmo noi fin qui, la storia politica dalla letteraria. L’una e l’altra ebbero sí sempre molte relazioni pur troppo; ma in questi ultimi anni elle n’hanno tante, che ne rimangono continuamente frammiste. — Ne’ primi anni dopo le restaurazioni, sopravivevano (tranne Alfieri, Parini e Cesarotti) gli uomini principali delle rivoluzioni repubblicane e dell’imperio, Foscolo, Botta, Monti, Denina, Lagrangia, Volta, Canova. Ma lasciando qui le scienze e l’arti, che continuarono con isplendore, ma senza grandezze comparabili a quelle; e delle lettere stesse contentandoci a dir ciò che piú si connette colla politica, noteremo che niuno dei nominati non produsse piú nulla di gran conto, tranne il solo Botta. Il quale, all’incontro, rimasto in Francia, vi compose e pubblicò le due storie d’Italia dal 1530 al 1789, e dal 1789 al 1814, le quali sono forse non solamente le due opere sue migliori, ma i due piú lunghi e piú belli corpi