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NOVELLA LVI

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aveva e non dopo molto se ne morì. Cotale era la strana usanza che in Idrusa s’osservava. Ma poi che cosi attentamente m’ascoltate, un'altra cosa mirabile vi narrerò che intesi esser stata ne l’isola di Samo nel mare Icario. Questa è quella Samo ove era il famoso e cantatissimo tempio di Giunone e dove a quei tempi si faceva tanta copia di bellissimi vasi. S’afferma che al tempo antico erano nel mezzo de l'isola alcuni orti bellissimi, pieni d’arbori che fanno i pomi in grandissima abondanza. E quando essi pomi erano maturi ed in esser da mangiarsi, poteva qualunque persona entrar dentro quegli orti e tanti pomi mangiare quanti voleva. Ma non era lecito a nessuno portarne fuori d'essi orti pur un solo, perché non era possibile poter da quegli orti partirsi. Ora avendovi raccontate due cose mirabili, perché, secondo il detto del poeta, Iddio del numero dispari s’allegra ed il ternario è sacro, passarò da le due a le tre cose mirabili. Vi dico adunque che nel mar Tirreno è un’ isola chiamata Etalia, distante da terraferma circa cento stadi, ne la quale, per quello che riferisce Diodoro, erano le minere del ferro per dui accidenti molto mirabili, conciò sia cosa che dai cavatori spesse fiate vote, in termine di certo tempo cresceva il ferro e le cave come di prima si riempivano. L’altra meraviglia è che dentro l’isola il ferro ne le fornaci cotto, distillato non si poteva ridurre in massa per modo alcuno se non si portava in terraferma, ove dopoi si riduceva in quelle forme che l’uomo voleva. E come il ferro in Etalia cresce, in Paro, isola de l’Illirico famosissima per la nobiltà del candido marmo, cresceva esso marmo ne le fosse. Scrive Plinio che in dette lapidicine di Paro essendo rotto un pezzo di marmo, vi si trovò nel mezzo l’imagine di Sileno. Ma per non star tutt'oggi in mare, smonterò sul Padovano e vi dico che in Lipia nel contado di Padova grandissima quantità di sassi si suol cavare, e tanti quanti indi se ne cavano sempre altri tanti di nuovo rinascono, di modo che il luogo non si truova vóto già mai. Ora chi volesse de le meravigliose opere de la dedalea natura parlare, troppa fatica prenderebbe e cosi di leggero non si verria al fina