Pagina:Barrili - I rossi e i neri Vol.2, Milano, Treves, 1906.djvu/291

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corteggiamenti spietati, e molestie di quella fatta, a cui una donna giovine e bella è sempre esposta nell’umano consorzio. Ginevra s’indispettiva; ma in fondo in fondo aveva gusto a raccontarle. E questo s’intende; che l’incenso, sia pur del peggiore, dà sempre buon fumo agli altari. A noi, che raccontiamo, venne udita una gentildonna, egregia per bellezza e per senno, la quale non sapeva dolersi d’una frase di troppo libera ammirazione che l’aveva, non salutata, flagellata, mentr’ella passava per via. «Certo, gli è un villano; ma in fine, che cosa mi ha detto? O non sarebbe peggio, se m’avesse trovata spiacente?»

Tratto tratto, nell’epistolario della bella Ginevra si riscontrava il nome di Aloise. La poca varietà delle consuetudini genovesi, il doversi raggirare mai sempre nella cerchia ristretta della vita patrizia, tiravano in campo necessariamente quel nome; ma egli ci era ricordato, bisogna pur dirlo, a testimonianza d’onore.

Tutti pregiavano il Montalto, siccome abbiam detto, uomini e donne, sciocchi e saputi; che più? lo stesso Antoniotto, il senatore, il gran diplomatico dei neri, lo aveva per un giovane di vaglia, del quale si sarebbe potuto far molto. E le sue parole, ci s’intende, si ficcavano anch’esse nell’epistolario della bella marchesa.

Una nota del copista, sotto la data del dicembre 1856, rincalzava il giudizio del nostro senatore. Lo stesso Bonaventura vedeva l’utilità di tirare quel giovinotto dalla parte loro, anche per la ragione della eredità del Vitali. Ma come venirne a capo? L’arguto occhio del gesuita aveva còlto, indovinato, attraverso i nonnulla di quel carteggio donnesco, un affetto profondo del giovine; la sua penna aveva tosto affermata, con una frase asciutta ed imperiosa, la necessità di cavarne profitto.

«Avvicinare Aloise di Montalto a Ginevra Torre Vivaldi; egli è una forza che bisognerà far nostra, o distruggere.»

Un brivido corse per l’ossa ad Aloise; quelle parole balenarono a’ suoi occhi come un solco di fuoco per una notte tempestosa, e in quella luce improvvisa gli si rischiarò il suo passato. Colà, dove egli aveva creduto di vedere la mano del destino, era in quella vece la mano di Bonaventura Gallegos, che annodava le fila.

Divorò, più che non leggesse, le pagine susseguenti. Certamente doveva esserci una lettera intorno alla festa da ballo, in cui per la prima volta egli s’era avvicinato a Ginevra; gli la sentiva vicina, e con essa un nugolo di dolorose