Pagina:Barrili - I rossi e i neri Vol.2, Milano, Treves, 1906.djvu/75

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mietitrice che «fura i migliori e lascia stare i rei» s’è chiarita anche con te fedele al costume, e ti ha volto sull’ampio torace il piombo sibilante d’un cacciator tirolese, in quella che tu andavi canticchiando a tuo modo, tra il fischio delle palle e il rombo delle artiglierie, la canzoncina inventata poche ore innanzi dai compagni, e incuorando i tuoi a snidare il nemico da una abbattuta di tronchi d’alberi, donde esso traeva liberamente sulle camicie rosse e sui bigi farsetti dei carabinieri genovesi. Marcello, povero amico! I nostri cuori battono più forte, ogni qual volta si rammenta il tuo nome; il tuo elogio funebre ben sopravvive alla cerimonia della sepoltura, se chi ti conobbe, e t’amò, tuttavia lo ripete.

Templario per eccellenza, era nel numero l’avvocato Emanuel, che diceva di far le sue pratiche nello studio dell’Orsini, e in cambio la faceva a letto, dove rimaneva più a lungo di chicchessia. Per contro, era l’ultimo a rientrare a casa, dopo avere accompagnati ai rispettivi usci tutti i suoi notturni colleghi.

C’era poi nella combriccola il Giuliani, quel giornalista universalmente accusato di non scrivere quattro periodi al giorno, poichè lo vedevano girandolar sempre da piazza Carlo Felice all’angolo della libreria Grondona. Il poveraccio aveva un bel lavorare e far miracoli; non c’era un cane che lo credesse. Egli stesso, così soverchiato dalla voce pubblica, aveva finito col credersi il più gran scioperato del mondo. Nè va dimenticato il Savioli, egregio dilettante di musica, che usciva qualche volta colla chitarra ad armacollo; nè il Lorenzini, il più grave dei matti, che Firenze dapprima e poi Roma ha rapito all’aria libera di Genova, per chiuderlo nella cella penitenziaria di un ministero. Peripezie della vita!

«J’en passe et des meilleurs» diremo con Ruy Gomez de Silva. Questi, ed altri che non nominiamo per non esercitare la pazienza dei nostri lettori, se ne stavano seduti a desco, incominciando allegramente la cena, intorno ad un maiuscolo piatto d’ostriche: le quali, lasciato il ruvido guscio nei tondi, andavano ad affogare in que’ tredici stomachi sotto una pioggia di vin bianco delle Cinque Terre, che non teme confronto di Capri, nè di Sauterne.

— Lorenzini! — gridò il Savioli, che, sporto il braccio sulla tavola per metter mano al piatto, se lo vedeva portar via da quell’altro: — Tu inghiottisci più ostriche colle tue mascelle, che Sansone non uccidesse Filistei.....