Pagina:Bellamy - L'avvenire, 1891.djvu/128

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vasto per poter esser trattato interamente ora; ma se desiderate conoscere le principali osservazioni che noi, moderni, facciamo al vostro sistema, paragonandolo col nostro, ve ne accennerò alcune.

Vi son quattro punti che, affidando voi, come facevate, la direzione della vostra industria ad individui non responsabili, che lavoravano senza reciproca intesa, concorrevano a questo scialacquo: primo, le perdite derivanti da false intraprese; secondo, le perdite derivanti dalla concorrenza e dall’inimicizia degli industriali; terzo, quelle prodotte dai ristagni periodici e dalle crisi seguite da interruzioni; quarto, le perdite recate dai capitali e dalle forze lasciate infruttifere. Una sola di queste ragioni, basterebbe a dare alla nazione ricchezza o povertà.

Incominciamo dalle perdite derivanti dalle grandi intraprese. Siccome, ai vostri tempi, la produzione e la distribuzione delle varie merci, avveniva senza concordia e senza organizzazione, non si poteva mai sapere precisamente qual fosse la quantità occorrente di un prodotto, nè l’ammontare della vendita di esso e perciò ogni impresa, tentata privatamente da un capitalista, era un esperimento dubbioso.

Siccome l’impresario non poteva gettare uno sguardo generale sul campo della produzione e del consumo, come lo fa il nostro governo, non era possibile sapere ciò che desiderava il pubblico, nè quali fossero le misure prese da altri capitalisti per somministrare la merce desiderata. A questo riguardo, non ci sorprende la grande probabilità di non riuscire in un’intrapresa, e nemmeno il caso di persone che riuscivano soltanto a fare un colpo, dopo diversi fallimenti. Se un calzolaio, ad ogni paio di scarpe che fa, tagliasse il cuoio per quattro o cinque paia e oltracciò perdesse anche il tempo impiegato a quello spreco, quegli arricchirebbe allo stesso modo dei vostri contemporanei col vostro sistema di intraprese private; essi facevano in media tre o quattro fallimenti per ogni vincita.

Un altro gran danno era quello della concorrenza. Paragonando l’industria ad un campo di battaglia, grande come il mondo, nel quale gli operai, lottando fra loro, sprecano delle forze che,