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CAPITOLO VENTITREESIMO




Quando in quella sera, sedetti con Editta nella sala di musica, ascoltando alcuni pezzi che eccitavano la mia attenzione, approfittai d’una pausa per dirle: «Devo farle una domanda, che, temo, sia un poco indiscreta».

«Non lo sarà certamente,» fu l’incoraggiante risposta.

«Mi figuro d’essere un curioso,» continuai, «il quale avendo udito qualche cosa che non si riferiva a lui, ma che pur gli sembrava che lo fosse, è abbastanza incivile per andare da chi parlava e domandargli il rimanente».

«Un curioso?» chiese essa impacciata.

«Sì,» dissi, «ma spero che converrete meco ch’io sono innocente».

«Ciò mi sembra misterioso,» soggiunse essa.

«Sì,» dissi «tanto misterioso, che io dubitai sovente se, ciò che le voglio chiedere, l’ho veramente udito o soltanto sognato. Vorrei che me lo diceste. La cosa è così: quando mi svegliai dal mio sonno secolare, la prima impressione che ricevetti, fu di sentire delle voci intorno a me, che riconobbi in seguito per quella di vostro padre, di vostra madre e la vostra; prima mi ricordo che vostro padre disse: egli aprirà gli occhi fra poco, sarebbe meglio che non vedesse che una persona sola; allora voi diceste, se non è tutto sogno il mio, «promettimi che tu non glie lo dirai». Vostro padre credo riflettesse, prima di farvi la promessa, voi insisteste, e quando s’intromise vostra madre, egli acconsentì; finalmente apersi gli occhi e non vidi che lui.»

Io diceva seriamente che non ero certo se avessi o no sognato questa conversazione, poichè mi sembrava incomprensibile come questa gente potesse sapere di me, ch’ero un contemporaneo dei loro arcavoli, cosa a me non nota; ma osservando l’impressione fatta dalle mie parole sopra Editta, mi persuasi che non era un sogno, bensì un segreto che mi tormentava, come di cosa che