Pagina:Bellamy - L'avvenire, 1891.djvu/163

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di un rosaio, ma di un’erbaccia, la quale altro non meritava che di essere strappata e gettata al fuoco; la maggior parte dei giardinieri insisteva nel dire ch’esso apparteneva alla famiglia delle rosacee, ma che aveva una malattia incurabile la quale non permetteva ai bottoni di maturare e gli dava un aspetto così sofferente. Alcuni altri poi asserivano che la pianta era sana, e che, posta in un altro terreno, avrebbe potuto fiorire. Ma quelli non erano giardinieri dotti, e siccome furono accusati d’essere speculatori e sognatori, il popolo non volle badar loro.

Un celebre filosofo moralista, concedendo che quella pianta avrebbe prosperato in un altro centro, asserì che sarebbe stato per i bottoni una cultura migliore, se avessero imparato a fiorire in una palude, in più favorevoli condizioni. I bottoni sbocciati sarebbero stati naturalmente pochi, pallidi e inodori, ma avrebbero dato prova di possedere maggior forza morale che non quelli che si fossero aperti senza nessuna fatica in un giardino.

Fu fatta la volontà dei giardinieri dotti e dei moralisti: il rosaio rimase nella palude e continuò a ricevere lo stesso trattamento, si cercarono mille mezzi assai stimati per uccidere gli insetti nocivi e togliere la muffa. E così continuò per un pezzo. Talvolta v’era qualcuno che voleva intraprendere una nuova cura, ma v’era subito pronto qualcun altro che diceva che la pianta sembrava più che mai ammalata. Insomma non c’era mai un cambiamento notevole. Finalmente, siccome tutti si occupavano di questo rosaio, si ripetè la proposta di trapiantarlo, ciò che venne fatto. «Proveremo,» dicevano tutti, forse prospererà meglio altrove, mentre il continuare a curarlo qui sarebbe di effetto dubbioso. Ed allora il rosaio umano venne trapiantato in un suolo puro, caldo e asciutto, ove fu inondato di sole, ove le stelle gli sorridevano e lo accarezzava lo zeffiro. Sparvero gl’insetti nocivi e la muffa, e la pianta fu coperta delle più belle rose rosse, il cui profumo imbalsamava il mondo.

Il Creatore ha posto nel nostro cuore una misura per le nostre azioni, la quale ci fa sembrare insignificante ciò che abbiamo fatto, e fa sì che lo scopo ci appaia sempre più discosto. Se i


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