Pagina:Bellamy - L'avvenire, 1891.djvu/167

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che cominciavo ad accarezzare, non soffrivo soltanto ciò che un innamorato può soffrire; ma una gran solitudine, un completo abbandono invasero il mio animo, rendendomi infelice, più di quanto lo sarebbe stato un altro nel mio caso.

I miei ospiti vedevano chiaramente ch’io era abbattuto, e cercavano ogni mezzo per distrarmi; Editta specialmente, come potevo scorgere, si affliggeva per cagion mia; ma per me che ero stato tanto pazzo di sognare d’ottenere qualcosa di più della sua amicizia, nella quale invece non riconosceva che compassione; per me dico non c’era più speranza. Dopo il mezzogiorno rimasi nella mia stanza, e verso sera mi recai in giardino; il cielo era annuvolato e spirava un’aria autunnale calda e tranquilla; passando vicino all’appartamento sotterraneo mi colse il desiderio d’entrarvi e là mi sedetti silenzioso.

«Questa,» pensai, «è l’unica mia casa, rimarrò qui per sempre». Cercavo un soccorso e provavo di trovare una triste consolazione rivivendo nel passato e richiamando alla mente le persone care che mi circondavano nella mia prima vita. Tutto era vano, ogni cosa era morta là dentro; già da cento anni splendevano le stelle sulla tomba di Editta Bartlett e su tutte quelle dell’intera nazione.

Il passato era spento, schiacciato sotto il peso di un secolo ed io era escluso dal presente; in nessun luogo v’era posto per me; io non era nè morto, nè veramente in vita.

Mentre parlavo ad alta voce, fui sorpreso da queste parole, dette con voce timida: «Scusatemi di avervi seguito, signor West!».

Mi voltai quasi impaurito e vidi Editta che stava sulla porta della stanza sotterranea, e mi guardava sorridendo con un’espressione di affettuoso dolore.

«Se v’importuno, mandatemi via,» disse, «ma vi vedevamo contristato e ce ne duole, mi avevate promesso di avvisarmi quando la malinconia vi avrebbe sopraffatto, e non avete mantenuta la parola».

Mi alzai e mi diressi verso la porta, provando di sorridere, ma credo che non vi riuscii, poichè l’aspetto dell’amabilità di Editta mi richiamò ancor più sensibilmente alla memoria, la causa della mia sventura.