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CAPITOLO OTTAVO




Quando mi svegliai, sentendomi ristorato, mi rallegrò il mio benessere. Le impressioni del giorno precedente, il risveglio, quel trovarmi nell’anno 2000, l’aspetto dalla nuova Boston, il mio ospite con la sua famiglia e tutte le meraviglie di cui s’era parlato, mi riempivano di stupore. Mi pareva di trovarmi nella mia camera e mille immagini della mia vita passata mi vacillavano davanti agli occhi. Mi tornavano alla mente gli avvenimenti del giorno della decorazione, la visita al cimitero, il pranzo in casa di Editta e il prossimo matrimonio. Rividi Editta stupendamente bella, ma il ricordo della lettera scrittami dal capo mastro distrusse la dolce visione. Mi rammentai allora dell’appuntamento e cercando l’orologio, mi persuasi che quella non era la mia camera. Balzai subito dal letto e volsi attorno gli occhi sorpreso ed inquieto e non è possibile descrivere l’angoscia che invase il mio animo trovandomi in quella solitudine, senza sapere dove mi fossi.

Ignoro quanto durò quello stato — mi sembrò un’eternità — Come un lampo però mi tornò la memoria, e compresi; le reminiscenze d’una vita creduta di ieri, appartenevano ad una generazione da lungo tempo passata e distrutta. Il sangue allora mi affluì alle tempia e mi gettai bocconi sul letto dove rimasi privo di sensi. Tornato in me, l’inevitabile reazione di tale crisi mi prostrò nell’abbattimento, con la mente febbrile e l’animo accasciato. Le sensazioni abituali, le associazioni di pensieri, i concetti delle cose e delle persone, tutto era sciolto e si perdeva in un caos inestricabile. La volontà, l’umana volontà soltanto, era abbastanza potente per dire a quel mare tempestoso: «Taci e ammutolisci». Non osavo afferrare un solo pensiero e quello di sentire due persone riunite in me, mi faceva perdere la ragione. Rimanendo in un tale stato, sarei impazzito.

Avevo bisogno di una distrazione. Mi vestii, apersi la finestra