Pagina:Bellamy - L'avvenire, 1891.djvu/61

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«È vero. Bisogna confessarlo», risposi.

«Ciò sarebbe impossibile oggidì; poichè son note le entrate di ognuno, e si sa, che ciò che si spende di più in una cosa, va risparmiata in un’altra».


CAPITOLO UNDECIMO




Quando tornammo a casa, il dottor Leete non era ancora rientrato e la signora non era visibile.

«Vi piace la musica, signor West?» chiese Editta.

Le risposi che, a mio parere, essa era parte importante della vita.

«Scusate se ve l’ho chiesto», soggiunse. «Oggidì non ci facciamo più questa domanda, ma ho letto che, ai vostri tempi, anche nell’alta società, v’eran persone che non si occupavano di musica».

«Dovete riflettere», dissi, «che in quei tempi avevamo talvolta della musica assai insipida».

«Sì», replicò ella, «lo so; credo che essa non mi sarebbe piaciuta. E, mi fareste il piacere di udire la nostra, signor West?».

«Nulla mi sarebbe più grato che l’ascoltarvi», risposi.

«Ascoltar me?» esclamò sorridente. «Avete creduto che volessi suonarvi o cantarvi qualche cosa?»

«Certamente, era quanto speravo», replicai.

Vedendo che io era imbarazzato, ella trattenne la sua allegria e si spiegò: «Noi impariamo tutti a cantare a scuola e qualcuno studia anche qualche strumento, per proprio diletto; ma la musica professionale è talmente più grandiosa e completa, e sì facile da ottenersi, che non pensiamo nemmeno a chiamar musica il nostro canto ed il nostro suono. Tutti i buoni cantanti e suonatori sono al servizio musicale e noi stiam zitti. Ma desiderate davvero udire un po’ di musica?»