Pagina:Beltrami - La facciata del nostro duomo, 1883.pdf/15

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Se da una parte il partito delle torri ci sembra sconsigliato dalle anzidette considerazioni estetiche e di organismo, dall’altra parte troviamo nuovi argomenti, che ci portano alla stessa conclusione, nelle indagini delle memorie del nostro Duomo. È noto come pochissimi sieno i documenti grafici che, riguardo alle disposizioni primitive della Cattedrale, ci pervennero. Ed appunto per tale deficienza, alcuni dati di valore secondario acquistano per noi una speciale importanza.

Che nel concetto primitivo, originale, del Duomo non vi fossero le torri, risulterebbe da un dipinto su tavola di Stefano da Pandino, dove il Duca Gian Galeazzo è rappresentato in atto di fare l'omaggio del modello della Cattedrale. Questo modello ci si presenta dalle parte dell'abside e mostra un tiburio e una aguglia corrispondenti approssimativamente, per massa, alla costruzione attuale: nessuna indicazione di campanile o torri. Ora si noti che il dipinto fu eseguito nel 1412 [Stephanus de Pandino me fecit 1412] da un artista famigliare alla costruzione del Duomo per avervi dipinto le vetrate e che disegnando il modello completo del tempio in un epoca in cui la costruzione era ancora alla copertura della vôlte, ha dovuto necessariamente attinger notizie, o trar partito dai disegni originali che a quell' epoca (meno di 30 anni dopo il principio dei lavori) dovevano esistere e che per conseguenza, molto presumibilmente, non accennavano a torri o campanile.

Un‘altra testimonianza l'abbiamo dalla icnografia del Duomo che si trova nel Vitruvio pubblicato dal Cesariano nel 1521; icnografia che deve essere stata riprodotta da vecchi disegni originali, inquantochè vi troviamo, oltre a qualche piccola particolarità costruttiva, anche quelle tre campate verso la fronte che furono aggiunte molto tempo dopo la pubblicazione dell’opera del Cesariano.

In quella icnografia la facciata si presenta senza torri1; si veggono tre porte, concetto primitivo che venne compromesso all’epoca del Pellegrini quando, come osserva il Mongeri nell'Arte in Milano «di nulla fu tenuto conto, nemmeno del numero delle porte

  1. Una nota di fianco alla icnografia dice anzi: «tintinnabulorum turrium loca ad huc indistincta fundatio &.» Il che ci mette in chiaro come la questione dei campanili non fosse menomamente definita all'epoca che si lavorava al tiburio.