Pagina:Bernardino da Siena - Novellette ed esempi morali, Carabba, 1916.djvu/50

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38 apologhi e novellette

molestatori. Queste cose avendole, seguita che tu cascarai a far poi peccato. Dice colei che è usa a vivare dissoluta: — Io non posso vivare a cotesta vita, però che io perdo la voglia del mangiare: non mi piace né questo né quello; non posso mangiare nulla che mi piaccia. — O, sai che ti bisognarebbe? Bisognarebbeti la medicina di Ghino di Taco.1 Io voglio che tu la ’mpari, o vedova. Io ti prometto che ella è buona per le vedove. Ghinasso fu un savio uomo: cosí avesse elli operato il suo senno in bene, come elli aoperò in male! Elli li capitò alle mani uno abate grasso grasso, sai, come tu volessi dire l’abate da Pacciano; il quale andava al Bagno a Petriuolo per dimagrare. Dice questo Ghinasso: “Dove andate voi?” Dice colui: “Io vo al Bagno a Petriuolo.” “O che difetto è il vostro?” Egli rispose e disse: “Io vo a quel Bagno, perché m’è detto che mi sarà assai utile, ch’io non posso mangiare nulla che mi piaccia, e non posso smaltire nulla.” Dice Ghinasso: “O, io vi guârrò io, meglio del mondo.” E cosí il mise in una camara inserrato, e davagli ogni dí un pugnello di fave e dell’acqua fresca. Costui, non avendo altro, mangiava di queste fave, e beveva dell’acqua per non morire di fame. E in capo di quattro dí Ghinasso gli fece dare un poco poco di pane, pure cor un poca d’acqua. Egli mangiò questo pane che gli parve un zuccaro. L’altro dí gli fece dare un poco di pan secco e muffato cor un poca d’acqua. E cosí tenutolo alcun dí a questa vita, infine egli el cavò

  1. Cfr. Boccaccio, Decamerone, 2a nov. Giorn. 10a e Dante, Purg. VI, 14.