impadronì per accordo, e lo guernì di forte presidio. I Milanesi, tornando dalla felice impresa contro quel superbo imperatore, che rovinate aveva le loro mura, ma non abbattuta la loro costanza, espugnarono questo castello, che al dir delle cronache, era in quel tempo il più bello della Lombardia. Tre mesi ne durò l’assedio, durante il quale gli ingegneri lombardi assottigliarono l’ingegno; e dagli storici si ricorda qual mirabil opera un ponte di legno gettato sull’Adda, il quale per ogni verso era girevole. Vinta la rocca, fu data all’incendio e distrutta, la quale rifatta ed atterrata successivamente ritroviamo più d’una volta nel secolo appresso, e nel 1261 leggesi che chiusa vi fu prigione parte dei patrizj milanesi, cui il furore delle parti aveva spinto a collegarsi col feroce Ezelino, ed a promettergli il dominio della loro natale città. Più tardi il castello di Trezzo venne edificato da Bernabò Visconti, quel desso che perì disventurata vittima della malvagia ipocrisia di Gio. Galeazzo, il quale sotto colore di abbracciare lo zio, lo fece arrestare prigioniero. Bernabò, rinserrato nel castello di Trezzo, dove, non è gran tempo, la sua stanza ancor si additava, sette mesi ivi sopravvisse in compagnia di Donnina de’ Pozzi, in capo ai quali il veleno, per quanto è fama,