città aveva ad uscire a battagliare contro il nemico, e qualche volta ancora nell’accogliersi alcun principe o rispettabile personaggio. Siccome questo Carroccio si usava per trionfo e dignità, era quindi guardato gelosamente qual’altro Palladio, ed era affidata la sua custodia ad un prode capitano e di grande esperienza nelle cose militari. Dovendo poi coll’esercito uscire il Carroccio era questo attornito e difeso da alcuni bravi uffiziali, e da molti valorosi soldati. Sei od otto trombettieri, che stavano sul carro stesso, col dar fiato alle trombe davano il segno della marcia o della fermata; questo segno davasi da altri con una campana attaccata all’antenna. La perdita del Carroccio nel battagliare era riputata la maggiore che farsi potesse dai vinti; imperocchè, come dice il Paladino, in hoc pendet honor, vigor, et gloria communis. La stessa massima era universale a tutti gli altri Italiani; gli sforzi quindi per sostenere e difendere il Caroccio erano i più risoluti e gagliardi. L’imperadore Federigo II, per mostrare con piena autenticità al popolo romano suo alleato la sicurezza della vittoria che vantavasi di aver riportata sopra i Milanesi nel 1237, fra tutte le spoglie del nemico scelse il Carroccio da mandare ai Romani, come l’argomento il più illustre e singolare