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“Quai parole profferisti, o Enrico? sclamò Adele, inorridita dal sinistro girar de’ suoi sguardi. Anche il vile talvolta sa colla morte far inganno ai mali che lo soverchiano. Prode qual sei, tu da prode devi comportare una sventura che non ammette riparo. Comportare con animo forte la devi, e dimenticarti di Adele.”
«Ah disumana! gridò Enrico, e credi tu che io possa sradicarmi la tua memoria dal cuore? Io viveva per amarti, e se più non mi è concesso di farlo, io mi scioglierò da una vita che mi sarebbe d’insopportabile peso. Senza il tuo amore, il sole non ha più luce per me, non ha più letizie la terra. Ahi dimentichevole Adele! se quanto io ti amo, tu pure amato mi avessi, allo stesso mio cenere avresti serbato la fede, quella fede che il tuo labbro mi giurava, la sera innanzi ch’io partissi pel campo. Oh dolce sera! tu non mi sei fuggita di memoria giammai. Era il fine di marzo, era in que’ giorni che un arcano fuoco pare invadere tutti gli enti, e dan segno di vita perfino le rupi infeconde. Spirava un venticello che apriva a voluttà tutti i sensi. Mandavano grata fragranza i giacinti e le conchiglie dell’orto paterno. Dolce contento faceano gli augelli che ad amare si consigliavano, co’ gorgheggi