pianto. Al pianto si, ma appresso a te, che non potrei ormai più respirare da te lontano. Qui voglio porre il mio soggiorno, in questo villagio istesso, onde vederti ad ogni momento, e se con te non potei viver felice, vivere voglio almeno per vederti felice. Io ti seguirò da lungi, allora che volgerai per le campagne il bel piede, e coglierò i fiori ch’ei prema o tocchi, io t’incontrerò nel tempio, e dolce mi fia lusinga l’idearmi che il mio aspetto ritolga al cielo qualche pensiero di Adele, od almeno che tra i voti che tu innalzi all’Eterno, v’abbia ancora un voto per me. Che più? Il tetto medesimo ove starai accolta ne’giorni che freme il turbine o la neve imbianca le valli, mi sarà grata vista che mi farà scordar l’orrore della procella e la noia dal verno. Strapparmi il tuo amore dell’anima, io non posso, io non voglio. Dunque in adorarti, in vagheggiarti io passar debbo tutte le ore, benchè la speranza più non ne infiori il volubile giro. Me felice, se nel passarmi dappresso, mi allegrerai d’uno sguardo, di un riso me più d’ogni altro felice, se alcuna volta in quest’ombroso recinto concederai ch’io ascolti l’incantevole suono delle tue parole, ch’io stampi un bacio su quella mano diletta, ovvero la inumidisca di pianto.