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CAPITOLO XVII.
Sorda è la tomba, e per pregar non cede
Le dolenti sue prede.
Dal francese.
Nel rivedere il cadavere dell’amato Enrico, si sciolse Adele in dirottissime lagrime ed esclamò con languido accento: Ah sì, t’intendo ora Enrico, intendo ora il suono delle tue estreme parole, allorquando mi dicevi che ad aspettarmi ne andavi. Ahi così concio a me dunque ritorni, o infelice! Io ti riveggo contro il mio divieto, na qual ti riveggo? gelido, disfigurato ed estinto. Ah forse il cielo volle in te far vendetta della giovinetta morta di amore. Ma perchè, ingiusto cielo! non punir me che la cagione fui del suo fallo, destando con questi miseri miei vezzi si vive fiamme in quel cuore amantissimo? Io ti detesto, infausta bellezza, che traesti un si gentile amante a morte disperata e crudele. Lassa me! Io fui la dispietata che co’ miei rigori l’uccisi, io doveva lentamente sanare quel cuor piagato. Io non doveva armarmi d’inflessibile severità contro chi m’avea dato prove d’un affetto che non ha mai avuto l’esempio. Oh Enrico, che mai