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Pagina:Boccaccio, Giovanni – Elegia di Madonna Fiammetta, 1939 – BEIC 1766425.djvu/169

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capitolo viii 163


liete si potriano dire: quelle di Licurgo con le mortali esequie onorate da sette re e da infiniti giuochi fatti da loro, e quelle d’Atalanta dalla laudevole vita e morte vittoriosa del figliuolo. A me non è niuna cosa che le mie lagrime bene impiegate faccia contente, però che se questo fosse, lá dove io piú che alcuna mi chiamo dogliosa, e sono, forse al contrario affermare m’accosterei.

Mostranmisi ancora le lunghe fatiche d’Ulisse, e li mortali pericoli, e gli strabocchevoli fatti essere a lui non senza gravissime angoscie d’animo intervenute; ma in me ripetute piú volte, le mie fanno piú gravi estimare; e udite perché. Egli prima e principalmente uomo, dunque di natura piú forte a sostenere di me tenera giovane; egli robusto e fiero, sempre negli affanni e ne’ pericoli usato, quasi naturato fra loro, allora che egli faticava gli pareva avere sommo riposo; ma io nella mia camera tra le morbide cose dilicata e usa di trastullarmi col lascivo amore, ogni picciola pena m’è grave molto; egli da Nettuno stimolato, in varie parti portato, e da Eolo similmente le sue fatiche ricevette; ma io sono infestata da sollecito Amore, da signore il quale giá molestò e vinse coloro che infestarono Ulisse; e se a lui erano imminenti li mortali pericoli, egli li andava cercando; e chi si può ramaricare, se egli truova quello che cerca? Ma io misera volentieri viverei quieta, se io potessi; e quelli fuggirei, se ad essi non fossi sospinta. Oltre a ciò, egli non temeva la morte, e però sicuramente si metteva nelle sue forze, ma io la temo, e da doglia sforzata, alcuna volta non senza speranza di grave doglia corsi verso lei. Egli ancora della sua fatica e pericoli sperava eterna gloria e fama, ma io delle mie vituperio temo e infamia, se avvenisse che si scoprissono. Sií che giá non avanzano le sue le mie, anzi sono dalle mie molto le sue avanzate; e in tanto piú, in quanto di lui molto piú che non fu se ne scrive, ma le mie sono molto piú che io non posso contare.

Dopo tutti questi, quasi da se medesimi riserbati, come molto gravi mi si fanno sentire i guai d’Isifile, di Medea,