Pagina:Boccaccio - Decameron I.djvu/216

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212 giornata terza

domandò il suo pallafreno, acciò che il Zima gliele profferesse in dono. Il Zima, udendo ciò, gli piacque, e rispose al cavaliere: — Messer, se voi mi donaste ciò che voi avete al mondo, voi non potreste per via di vendita avere il mio pallafreno: ma in dono il potreste voi bene avere, quando vi piacesse, con questa condizione, che io, prima che voi il prendiate, possa, con la grazia vostra ed in vostra presenza, parlare alquante parole alla donna vostra tanto da ogni uom separato, che io da altrui che da lei udito non sia. — Il cavaliere, da avarizia tirato e sperando di dover beffar costui, rispose che gli piaceva, e quantunque egli volesse; e lui nella sala del suo palagio lasciato, andò nella camera alla donna, e quando detto l’ebbé come agevolmente poteva il pallafren guadagnare, le ’mpose che ad udire il Zima venisse, ma ben si guardasse che a niuna cosa che egli dicesse rispondesse né poco né molto. La donna biasimò molto questa cosa, ma pure, convenendole seguire i piaceri del marito, disse di farlo, ed appresso al marito andò nella sala ad udire ciò che il Zima volesse dire. Il quale, avendo col cavaliere i patti rifermati, da una parte della sala assai lontano da ogni uomo con la donna si pose a sedere e cosí cominciò a dire: — Valorosa donna, egli mi pare esser certo che voi siete sì savia, che assai bene, giá è gran tempo, avete potuto comprendere a quanto amor portarvi m’abbia condotto la vostra bellezza, la quale senza alcun fallo trapassa ciascuna altra che veder mi paresse giá mai. Lascio stare de’ costumi laudevoli e delle vertù singulari che in voi sono, le quali avrebbon forza di pigliare ciascuno alto animo di qualunque uomo: e per ciò non bisogna che io vi dimostri con parole, quello essere stato il maggiore ed il piú fervente che mai uomo ad alcuna donna portasse, e cosí sará mentre la mia misera vita sosterrá questi membri, ed ancor piú, ché, se di lá come di qua s’ama, in perpetuo v’amerò; e per questo vi potete render sicura che niuna cosa avete, qual che ella si sia o cara o vile, che tanto vostra possiate tenere e cosí in ogni atto farne conto come di me, da quantò che io mi sia: ed il simigliante delle mie cose. Ed acciò che voi di questo prendiate certissimo argomento, vi