Pagina:Boccaccio - Decameron I.djvu/273

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

chiusa 269

Carissime donne, sì per le parole de’ savi uomini udite e sì per le cose da me molte volte e vedute e lette estimava io che lo ’mpetuoso vento ed ardente della ’nvidia non dovesse percuotere se non l’alte torri o le piú levate cime degli alberi: ma io mi truovo della mia estimazione ingannato. Per ciò che, fuggendo io e sempre essendomi di fuggire ingegnato il fiero impeto di questo rabbioso spirito, non solamente pe’ piani, ma ancora per le profondissime valli mi sono ingegnato d’andare; il che assai manifesto può apparire a chi le presenti novellette riguarda, le quali non solamente in fiorentin volgare ed in prosa scritte per me sono e senza titolo, ma ancora in istilo umilissimo e rimesso quanto il piú si possono: né per tutto ciò l’essere da cotal vento fieramente scrollato, anzi presso che diradicato, e tutto da’ morsi della ’nvidia esser lacerato non ho potuto cessare, per che assai manifestamente posso comprendere, quello esser vero che sogliono i savi dire, che sola la miseria è senza invidia nelle cose presenti. Sono adunque, discrete donne, stati alcuni che, queste novellette leggendo, hanno detto che voi mi piacete troppo e che onesta cosa non è che io tanto diletto prenda di piacervi e di consolarvi, ed alcuni han detto peggio: di commendarvi, come io fo. Altri, piú maturamente mostrando di voler dire, hanno detto che alla mia etá non istá bene l’andare omai dietro a queste cose, cioè a ragionar di donne o a compiacer loro. E molti, molto teneri della mia fama mostrandosi, dicono che io farei piú saviamente a starmi con le Muse in Parnaso che con queste ciance mescolarmi tra voi. E son di quegli ancora che, piú dispettosamente che saviamente