Pagina:Boccaccio - Decameron I.djvu/386

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382 giornata quinta

che arsi sieno? — Il re gliele disse. Seguitò Ruggeri: — Il fallo commesso da loro il merita bene, ma non da te; e come i falli meritan punizione, cosí i benefici meritan guiderdone, oltre alla grazia ed alla misericordia. Conosci tu chi color sieno li quali tu vuogli che s’ardano? — Il re rispose del no. Disse allora Ruggeri: — Ed io voglio che tu gli conosca, acciò che tu veggi quanto discretamente tu ti lasci agl’impeti dell’ira trasportare. Il giovane è figliuolo di Landolfo di Procida, fratel carnale di messer Gian di Procida, per l’opera del quale tu se’ re e signor di questa isola; la giovane è figliuola di Marin Bolgaro, la cui potenza fa oggi che la tua signoria non sia cacciata d’Ischia. Costoro, oltre a questo, son giovani che lungamente si sono amati insieme, e da amor costretti, e non da volere alla tua signoria far dispetto, questo peccato, se peccato dirsi dèe quel che per amor fanno i giovani, hanno fatto. Perché adunque gli vuoi tu far morire, dove con grandissimi piaceri e doni gli dovresti onorare? — Il re, udendo questo e rendendosi certo che Ruggeri il vero dicesse, non solamente che egli a peggio dovere operar procedesse, ma di ciò che fatto avea gl’increbbe, per che incontanente mandò che i due giovani fossero dal palo sciolti e menati davanti da lui; e cosí fu fatto. Ed avendo intera la lor condizion conosciuta, pensò che con onore e con doni fosse la ’ngiuria fatta da compensare: e fattigli onorevolmente rivestire, sentendo che di pari consentimento era, a Gianni fece la giovanetta sposare, e fatti loro magnifichi doni, contenti gli rimandò a casa loro, dove con festa grandissima ricevuti, lungamente in piacere ed in gioia poi vissero insieme.