Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/274

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268 giornata decima

dolore inestimabile in Puglia se n’andò, e con fatiche continue tanto e sí forte macerò il suo fiero appetito, che, spezzate e rotte l’amorose catene, per quanto viver dovea, libero rimase da tal passione. Saranno forse di que’ che diranno, piccola cosa essere ad un re l'aver maritate due giovanette, ed io il consentirò: ma molto grande e grandissima la dirò, se diremo che un re innamorato questo abbia fatto, colei maritando cui egli amava, senza aver preso o pigliare del suo amore fronda o fiore o frutto. Cosí adunque il magnifico re operò, il nobile cavaliere altamente premiando, l’amate giovanette laudevolmente onorando e se medesimo fortemente vincendo.

[VII]

Il re Pietro, sentito il fervente amore portatogli dalla Lisa inferma, lei conforta, ed appresso, ad un gentil giovane la marita; e lei nella fronte basciata, sempre poi si dice suo cavaliere.


Venuta era la Fiammetta alla fine della sua novella, e commendata era stata molto la virile magnificenza del re Carlo, quantunque alcuna che quivi era, ghibellina, commendar nol volesse, quando Pampinea, avendogliele il re imposto, incominciò:

Niun discreto, ragguardevoli donne, sarebbe, che non dicesse ciò che voi dite del buon re Carlo, se non costei, che gli vuol mal per altro. Ma per ciò che a me va per la memoria una cosa non meno commendevole forse che questa, fatta da un suo avversario in una nostra giovane fiorentina, quella mi piace di raccontarvi.

Nel tempo che i franceschi di Cicilia furon cacciati, era in Palermo un nostro fiorentino speziale, chiamato Bernardo Puccini, ricchissimo uomo, il quale d’una sua donna, senza piú, aveva una figliuola bellissima e giá da marito. Ed essendo il re Pietro d’Araona signor dell’isola divenuto, faceva in Palermo maravigliosa festa co’ suoi baroni; nella qual festa, armeggiando