Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/44

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38 giornata sesta

     Li prieghi miei tutti glien porta il vento:
nullo n’ascolta né ne vuole udire;
per che ognora cresce il mio tormento,
onde ’l viver m’è nòi né so morire;
deh! dolgati, signor, del mio languire;
fa’ tu quel ch’io non posso:
dálmi legato dentro a’ tuoi vincigli.
     Se questo far non vuogli, almeno sciogli
i legami annodati da speranza;
deh! io ti priego, signor, che tu vogli:
ché, se tu ’l fai, ancor porto fidanza
di tornar bella qual fu mia usanza,
ed il dolor rimosso,
di bianchi fiori ornarmi e di vermigli.


Poi che con un sospiro assai pietoso Elissa ebbe alla sua canzon fatta fine, ancor che tutti si maravigliasser di tali parole, niuno per ciò ve n’ebbe che potesse avvisare che di cosí cantare le fosse cagione. Ma il re, che in buona tempera era, fatto chiamar Tindaro, gli comandò che fuori traesse la sua cornamusa, al suono della quale esso fece fare molte danze: ma essendo giá molta parte di notte passata, a ciascun disse che andasse a dormire.