Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/56

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50 giornata settima

volesse ciò che facesse, messo il capo per la bocca del doglio, che molto grande non era, ed oltre a questo, l’un de’ bracci con tutta la spalla, cominciò a dire: — Radi quivi, e quivi, ed anche colá — e — Vedine qui rimaso un micolino. — E mentre che cosí stava ed al marito insegnava e ricordava, Giannello, il quale appieno non aveva quella mattina il suo disidèro ancor fornito quando il marito venne, veggendo che come volea non potea, s’argomentò di fornirlo come potesse: ed a lei accostatosi che tutta chiusa teneva la bocca del doglio, ed in quella guisa che negli ampi campi gli sfrenati cavalli e d’amor caldi le cavalle di Partia assaliscono, ad effetto recò il giovenil disidèro; il quale quasi in un medesimo punto ebbe perfezione, e fu raso il doglio, ed egli scostatosi, e la Peronella tratto il capo del doglio, ed il marito uscitone fuori. Per che Peronella disse a Giannello: — Te’ questo lume, buono uomo, e guata se egli è netto a tuo modo. — Giannello, guardatovi dentro, disse che stava bene e che egli era contento: e datigli sette gigliati, a casa sei fece portare.

[III]

Frate Rinaldo si giace con la comare; truovalo il marito in camera con lei, e fannogli credere che egli incantava i vermini al figlioccio.


Non seppe sì Filostrato parlare oscuro delle cavalle partiche, che l’avvedute donne non ne ridessono, sembianti faccendo di rider d’altro. Ma poi che il re conobbe la sua novella finita, ad Elissa impose che ragionasse; la quale, disposta ad ubidire, incominciò: Piacevoli donne, lo ’ncantar della fantasima d’Emilia m’ha fatto tornare alla memoria una novella d’un’altra incantagione, la quale quantunque cosí bella non sia come fu quella, per ciò che altra alla nostra materia non me n’occorre al presente, la racconterò.