Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/163

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te, assai apertamente conoscer dei, niuna cosa poter fare che più le piaccia, che lo impiccarti per la gola il più tosto che tu puoi. E non vedi tu tutto ’l giorno le persone che hanno alcuno in odio, per diradicarlo e levarlo di terra mettere le lor cose e la propria vita in avventura, contra le leggi umane e divine adoperando? e tanto di letizia, e di piacer prendono, quanto di tristizia e di miseria sentono in cui hanno in odio. Tu dunque piangendo, attristandoti rammaricandoti sommo piacere fai a questa tua nimica. E chi sono quelli, se non i bestiali, che a’ loro nimici di piacere si dilettino? Se ella nè t’ama nè t’ha in odio, nè di te poco nè molto cura, a che sono utili queste lagrime, questi sospiri, questi dolori così cocenti? Tanto t’è per lei prendergli, quanto se per una delle tue travi della camera li prendessi. Perchè dunque t’affliggi? perchè la morte desideri? la quale ella medesima tua nimica, secondochè tu estimi, non cercò di darti? E’ non mostra che tu abbi ancora sentito quanto di dolcezza nella vita sia, quando così leggiermente di torti di quella appetisci: nè ben considerato quanto più d’amaritudine sia negli eterni guai, che in quegli del tuo folle amore, li quali tanti e tali ti vengono, quanti e quali tu stesso te li procacci: ed etti possibile, volendo essere uomo, di cacciargli, il che degli eterni non avverrebbe. Leva adunque via, anzi discaccia del tutto questo tuo appetito, nè volere ad un’ora te privare di quello che non acquistasti, ed eterno supplicio guadagnare, e a chi ti vuol male sommamente piacere: siati cara la vita, e quella, quanto puoi il più, t’ingegna di prolungare. Chi sa se tu ancora, vivendo, potrai veder