Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/116

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98 LA FIAMMETTA

caduto pettine, ritornai al dimenticato uficio. Quindi volendomi, siccome usanza è delle giovani donne, consigliare col mio specchio de’ presi ornamenti, vedendomi in esso orribile qual'io era, avendo nella mente la forma perduta, quasi non quella la mia che nello specchio vedeva, ma d’alcuna infernale furia pensando, intorno volgendomi, dubitava: ma pure, poichè ornata era, non dissimile alla qualità dell’animo coll’altre andava alle liete feste, liete dico per l’altre, che, come colui sa a cui niuna cosa è nascosa, nulla ne fu mai dopo la partita del mio Panfilo, che a me non fosse di tristizia cagione. Pervenute adunque alli luoghi diputati alle nozze, ancora che diversi e in diversi tempi fossero, non altramente che in una sola maniera mi videro, cioè con viso infinto qual'io poteva ad allegrezza, e coll’animo al tutto disposto a dolersi: prendendo così dalle liete cose come dalle triste che gli avvenieno cagione alla sua doglia. Ma poichè quivi dall’altre con molto onore ricevute eravamo, l’occhio disideroso non di vedere ornamenti, de’ quali li luoghi tutti risplendevano, ma sè stesso col pensiero ingannando se forse quivi Panfilo vedesse, come più volte già in simile luogo veduto aveva, intorno soleva girare; e non vedendolo, come fatta piú certa di ciò di che io prima era certissima, quasi vinta coll’altre mi poneva a sedere rifiutando gli offerti onori, non vedendovi io colui per lo quale essere mi solevano cari. E poichè la nuova sposa era giunta, e la pompa grandissima delle mense celebrata, si toglieva via; come le varie danze, ora alla voce d’alcuno cantante guidate e ora al suono di diversi strumenti menate, erano cominciate, risonan-