Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/135

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corpo n’è renduto il bevitore. A costui li Satiri, li Fauni, le Driadi, le Naiadi, le Ninfe fanno semplice compagnia; costui non sa che si sia Venere nè il suo biforme figliuolo, e se pur la conosce, rozzissima sente la forma sua, e poco amabile.

Deh, or fosse stato piacere d’Iddio, che io similmente mai conosciuta l’avessi, e da semplice compagnia visitata, rozza mi fossi vivuta! Io sarei lontana da queste insanabili sollecitudini che io sostengo, e l’anima insieme con la mia fama santissime non curerebbero di vedere le mondane feste simili al vento che vola, nè da quelle vedute avrebbero angoscie come io ho. A costui non l’alte torri, non l’armate case, non la molta famiglia, non i dilicati letti, non i risplendenti drappi, non i correnti cavalli, non centomilia altre cose involatrici della miglior parte della vita, sono cagione d’ardente cura. Questi, de’ malvagi uomini, non cercanti ne’ luoghi rimoti e oscuri li furti loro, vive senza paura; e, senza cercare nell’altissime case i dubbiosi riposi, l’aere e la luce dimanda, e alla sua vita è il cielo testimonio. Oh, quanto è oggi cotale vita male conosciuta, e da ciascuno cacciata come nemica, dove piuttosto dovrebbe essere, come carissima, cercata da tutti! Certo io arbitro che in cotale maniera vivesse la prima età! la quale insieme gli uomini e gl’iddii produceva. Ohimè! niuna è piú libera nè senza vizio o migliore che questa, la quale li primi usarono e che colui ancora oggi usa, il quale, abandonate le città, abita nelle selve. Oh felice il mondo, se Giove mai non avesse cacciato Saturno! e ancora l’età aurea durasse sotto caste leggi! Però che tutti alli primi simili viveremmo. Ohimè! che chiunque è colui li primi riti