Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/153

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mia, o più fervente amore mi t’ha tolto e datoti ad altrui? Certo niuno: e a questo mi sieno testimonii gl’iddii, che mai verso di te niuna cosa operai, se non che oltre ad ogni termine di ragione t’ho amato. Se questo merita il tradimento da te verso me operato, tu il conosci.

O iddii, giusti vendicatori de’ nostri difetti, io dimando vendetta e non ingiusta. Io non voglio nè cerco di colui la morte, che già da me fu scampato e vuole la mia, nè altro sconcio dimando di lui, se non che, se egli ama la nuova donna come io lui, che ella, togliendosi a lui e ad un altro donandosi, come egli a me s’è tolto, in quella vita il lasci che egli ha me lasciata.

E quinci, torcendomi con movimenti disordinati, su per lo letto impetuosa mi giro e mi rivolgo.

Quel giorno tutto non fu in altre voci che nelle predette o in simili consumato; ma la notte, assai piggiore che ’l giorno ad ogni doglia, in quanto le tenebre sono più alle miserie conformi che la luce, sopravvenuta, avvenne che, essendo io nel letto a lato al caro marito, tacita per lungo spazio ne’ pensieri dolorosi vegghiando, e nella memoria ritornandomi, senza essere da alcuna cosa impedita, tutti li tempi passati, così li lieti come li dolenti, e massimamente l’avere Panfilo per nuovo amore perduto, in tanta abondanza mi crebbe il dolore che, non potendolo ritenere dentro, piagnendo forte con voci misere lo sfogai, sempre di quello tacendo l’amorosa cagione. E sì fu alto il pianto mio, che, essendo già per lungo spazio nel profondo sonno stato involto il mio marito, costretto da quello si risvegliò, e a me, che tutta di lagrime era bagnata, rivoltosi, nelle braccia recandomisi,