Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/207

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cosa onde giustamente verso me si potessero o dovessero turbare gl’iddii: continuamente gli ho onorati, e con vittime sempre la loro grazia ho cercata, nè sono di quelli stata dispregiatrice, come già furono li Tebani. Bene potrebbe forse dire alcuna: Come di’ tu non avere meritata ogni pena nè mai avere fallito? Or non hai tu rotte le sante leggi e con adultero giovine violato il matrimoniale letto? Certo sì. Ma, se bene si guarderà, questo fallo solo è in me, il quale però non merita queste pene, chè pensare si dee me tenera giovine non potere resistere a quello che gl’iddii e li robusti uomini non poterono. E in questo io non sono prima, nè sarò ultima, nè sono sola, anzi quasi tutte quelle del mondo ho in compagnia, e le leggi contro alle quali io ho commesso, sogliono perdonare alla multitudine. Similmente la mia colpa è occultissima, la qual cosa gran parte dee della vendetta sottrarre. E oltre a tutto questo, posto che gl’iddii pure debitamente contro a me crucciati fossero, e vendetta del mio fallo cercassero, non saria da commettere il pigliar la vendetta a colui che del peccato m’è stato cagione. Io non so chi mi condusse a rompere le sante leggi, o Amore o la forma di Panfilo: qualunque si fosse, l’uno e l’altro avea maggiori forze a tormentarmi aspramente, sì che già questo non m’avvenne per lo fallo commesso, anzi è un dolore nuovo e diviso dagli altri, più aspramente che alcuno tormentante il suo sostenitore; il quale ancora se per lo peccato commesso mel dessero gl’iddii, essi fariano contro al loro diritto giudicio e usato costume, chè essi non compenserieno col peccato la pena; la quale, se a’ peccati di Giocasta si mira e alla