Pagina:Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto sopra un testo a penna. Tomo I, 1831.djvu/73

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SOPRA DANTE 53

mia intenzione, il nostro Signore aver voluto alcuna volta usare la parola e la sentenza, prolata già per la bocca di Terenzio, acciocchè egli appaia che del tutto i versi de’ poeti non sono cibo del diavolo. Che adunque diranno questi, li quali così presuntuosamente s’ingegnano di scalpitare il nome poetico? Certo il giudicio mio è, non gli possono giustamente dannare, se non che co’ versi poetici non si guadagnan danari, che è credo quello che in tanta abbominazione gli ha loro messi nel petto, perchè a’ loro desiderii non sono conformi.

Resta a spezzare l’ultima parte delle loro armi, le quali in gran parte deono esser rotte, se a quel si riguarda che alla sentenza di Platone fu risposto di sopra. Essi vogliono che la filosofia abbia cacciate le muse poetiche da Boezio, siccome femmine meretrici e disoneste; e i conforti delle quali conducono chi l’ascolta, non a sanità di mente, ma a morte. Ma quel testo male inteso, fa errare chi reca quel testo in argomento contro a’ poeti. Egli è senza alcun dubbio vero, la filosofia essere venerabile maestra di tutte le scienze, e di ciascuna onesta cosa: e in quello luogo, dove Boezio giaceva della mente infermo, turbato e commosso dello esilio a gran torto ricevuto; egli, siccome impaziente, avendo per quello cacciata da sè ogni conoscenza del vero, non attendeva colla considerazione a trovare i rimedii opportuni a dover cacciar via le noie che danno gl’infortunii della presente vita; anzi cercava di comporre cose, le quali non liberasson lui, ma il mostrassero afflitto molto; e per conseguente mettessero compassion di