Pagina:Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto sopra un testo a penna. Tomo III, 1832.djvu/234

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226 COMENTO DEL BOCCACCI

E acciocchè io a’ nostri tempi divenga, non ha il nostro carissimo cittadino e venerabile uomo, e mio maestro e padre, messer Francesco Petrarca, con la dottrina poetica riempiuta ogni parte, dove la lettera latina è conosciuta, della sua maravigliosa e splendida fama, e messo il nome suo nelle bocche, non dico de’ principi cristiani, i quali de’ più sono oggi idioti, ma de’ sommi pontefici, de’ gran maestri, e di qualunque altro eccellente uomo in iscienza? Non il presente nostro autore, la luce del cui valore è per alquanto tempo stata nascosa sotto la caligine del volgar materno, è cominciato da grandissimi letterati ad essere desiderato e ad aver caro? E quanti secoli crediam noi che l’opere di costoro serbin loro nel futuro? Io spero che allora perirà il nome loro, quando tutte l’altre cose mortali periranno. Che dunque diranno questi nostri, che solamente alloccano il denaio? Diranno che la poesia non sia lucrativa, la quale dà per guadagno cotanti secoli a coloro che a lei con sincero ingegno s’accostano; o diranno che pur l’arti meccaniche sien quelle delle quali si guadagna? Vergogninsi questi cotali dì por la bocca alle cose celestiali da lor non conosciute, e intorno a quelle s’avvolghino, le quali appena dalla bassezza del loro ingegno son da loro conosciute; e negli orecchi ricevano un verso del nostro venerabil messer Francesco Petrarca:

Artem quisque suam doceat, sus nulla Minervam.

Ora come io ho detto de’ poeti, così intendo di qualunque altro componitore di qualunque altra sciennza o facultà, perciocchè ciascuno meritamente nelle