Pagina:Boetie - Il contr'uno o Della servitù volontaria.djvu/57

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o della servitù volontaria 43

giovanotto disse al maestro: „O perchè non mi date a un pugnale che me lo metta sotto? io vo spesso in camera a Silla prima che si levi; ed ho il braccio assai forte da purgarne la città.“ Questo si chiama parlar da Catone; e questo è degno principio di chi poi fece tal morte. Ma, anche a non dire di dove egli fu, ed a raccontare il puro fatto, la cosa parla da sè; e senza pensarci nemmeno, si dirà ch’egli era romano, e nato in Roma; nella vera Roma però, e quand’essa era libera. E come c’entra questa roba? C’entra, non ch’io stimi che l’esser nati qua o là giovi a nulla, dacchè in ogni paese, e sotto ogni cielo, è amara la servitù e dolce la libertà; ma perchè vorrei che si compatissero coloro i quali vanno col giogo sul collo; e che, o si compiangano o si perdonino, se, non avendo mai veduto in viso la libertà, e non avendone sentore, non si accorgono che gran danno è l’essere schiavi. S’e’ ci fosser de’ popoli (come dice Omero che ci sono i Cimmerj) a cui il sole si facesse vedere con altre faccia che a noi, e fatto luce per sei mesi di seguito, gli altri sei gli lasciasse al bujo e mezzi tra il sonno senza mai farsi rivedere; coloro che nascono durante questa lunga notte, e non sanno che cosa è luce, chi si maraviglierebbe se, non avendo mai veduto il giorno s’avvezzano alle tenebre dove son nati e non desiderano la luce? Non si rimpiange ciò che mai non possedemmo: il rammarico seguita il piacere; e il ricordarsi del tempo felice, va di pari con la conoscenza del bene: l’uomo ha da natura l’essere e il volere esser libero; ma la sua natura è sì fatta, che naturalmente conserva quella piega che le ha dato l’educazione.

Così dunque come sono naturali all’uomo tutte quelle