Pagina:Bonarelli, Guidubaldo – Filli di Sciro, 1941 – BEIC 1774985.djvu/179

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E con l’Ariosto cantano che Zeusi : non avea da tٍr altra che costei, che tutte le bellezze erano in lei. E cosi, una sola contemplando, fannosi a credere di poter con un tronco e male inteso scorcio effigiare all’anima loro l’idea della bellezza; e con l’aiuto d’un amoretto, che avendo l’ali spennacchiate appena puٍ andar a terra svolazzando, rivolare al cielo. Anzi che tant’oltre questa superstiziosa reli- gione di lealtà li trasporta, che per amarne una sola par lor d’essere in obbligo d’averne ogni altra a vile. E udite come se ne gloriano: e ciٍ che non è lei già per antica usanza odia e disprezza. (Pktrarca). Ma che sarebbe s’alcuno, invaghito d’una stella sola, e fosse anche d’una delle minori e delle men belle, tutte l’altre gli paressero affumicate ed oscure? Per costui certo Iddio non avrebbe fatto il cielo: il ciel per lui non sarebbe un cielo di stelle lucenti, il ciel per lui sarebbe un’aiuola di carboni spenti. Ma tant’è (si mi dice quell’arca di lealtà, quel fedele amante), cosi va la bisogna: il vero amor cosi vuole: ei vuoi esser solo. Or se il vero amor cosí vuole, il vero amor è una mala bestia, quando fa che per l’amante, a cui solo una cosa piace, divenga sterile la fecondità divina, e davanti agli occhi suoi il mondo, ch’è pur cosi bello ed ameno, paia un deserto alpestre. Non udite appunto quel malaccorto innamorato, il quale avendo anch’egli tutto l’amor suo ri- posto in una donna sola e mortale, quella perduta, piange miseramente la sua fortuna e dice: ond’io son fatto un animai silvestro, che co’ pie vaghi, solitari e bassi porto ? cor grave e gli occhi umidi e bassi al mondo, ch’è per me un deserto alpestro. (.Petrarca).