Pagina:Bonarelli, Guidubaldo – Filli di Sciro, 1941 – BEIC 1774985.djvu/244

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brevissime vittorie, non so cui dar la palma, ma lascio ad ambidue, \ povera preda ed infelice, il core. Ed Ovidio n’è parimente agitato: Errant, ut a ventis discordibus acta phaselus, dividuumque tenent alter et alter amor. Era perciٍ fieramente tormentata Celia: ... in tale stato Priva d’ogni mio ben non fia ch’io viva. Erane anche senza fine Ovidio addolorato: Quid geminas, Erycina, meos sine fine dolores? Fin qui Ovidio è con noi; e con l’esemplo di se stesso dimostra che si puٍ amar più d’uno, ch’è il primo capo: più d’uno ad un tempo, ch’è il secondo: d’amor eguale, ch’è il terzo: e d’amor grande, ch’è il quarto. Fin qui tutto va bene: non avviene a Celia cosa che anche ad Ovidio avve- nuta non fosse. Ma nel punto della deliberazione il caso è diverso, perché il valentuomo d’Ovidio, non potendo amarne una sola, generosamente delibera d’amarle ambidue: S i satis una potest: si minus una, duae. Consiglio appunto che diede anche Serpilla a Celia: Amarne un sol non puoi; amagli entrambo. Ma cotesta fu una deliberazione da un Ovidio, vo’ dire da un cuore nelle imprese d’amore pratichissimo ed arditis-