di sicuro riparo, temendo non già le cannonate dei vapori, ma le regie truppe, che supponevano, avessero da sbarcare. I due vapori li fulminavano ovunque potessero scorgerli, e le camice rosse, erano segno al fuoco dei cannonieri marinai, sicchè se qualche trentina di garibaldesi rimasero sul terreno, avvenne perchè gli altri furono solleciti a rifugiarsi fuori il tiro del cannone. I cadaveri degli uccisi furon lasciati per più giorni insepolti in quelle spiagge, i feriti quasi settanta, trasportati in Melito, ma pochissimi scamparono. Lo stesso Garibaldi corse forte pericolo, egli avea preso alloggio in un casino di campagna di pertinenza dei Signori Ramirez in contrada Annà, non molto lungi dal mare. All’arrivo dei due vapori egli si fece al balcone, che guarda la spiaggia, nè volle allontanarsi non ostante le vive insistenze di quelli che gli stavano vicino, ma non appena il capitano Besia, comandante dell’Aquila l’ebbe ravvisato, unicamente a lui diresse i suoi colpi, e un proiettile danneggiò internamente il casino, un altro si conficcò nel muro laterale al balcone, ov’egli si trovava. Allora solo si convinse, ch’era imprudenza rimanere di più, e si allontanò col Bixio attraversando a cavallo e a spron battuto la strada, invece riparò in una casa campestre del Sig. Paolo Alati nel territorio di Pentidattola, contrada Pellicanò, per una collinetta, che le sta d’innante quasi nascosta, e riparata