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versi in italiano discretamente; ebbi gli onori di essere ascritto in un’Arcadia, che chiamavano Chiabreresca; negli studi filosofici, specialmente nella parte metafisica e morale, sostenea bene una tesi pubblica, infine, mi faceva largo. Quei buoni padri mi careggiavano, e speravano forse che io mi sarei col tempo ascritto alla loro Società. Ne ebbi un momento la tentazione, ma fu di breve durata. Sentiva fortemente, era dotato di vivissima immaginazione sotto un’apparenza fredda; aveva divorato notte e giorno Dante, Monti, Cesarotti e Foscolo; il sentimento italiano s’era creato e sviluppato in me potentemente a queste letture assidue ed efficaci. Provava una vaga, indefinibile ambizione di fare, o di tentare almeno, qualche cosa di utile e di grande per la mia patria. Chiaro è quindi che l’idea di chiudermi in chiostro non potea molto sedurmi.»

L’amore, se mai gli fosse rimasta qualche esitanza in proposito, non tardò a fargli abbandonare ogni pensiero di clausura fratesca, e crediamo prezzo dell’opera riprodurre dalle memorie succitate l’avventura che valse a porre un termine alla sua vita di collegiale e a disingannare crudelmente i buoni padri che speravano fargli indossar la cocolla.

«Un primo amore verso una gentildonna che avea conosciuta in paese, mi trasse a qualche ragazzata. Avevamo concertato una combriccola di tre o quattro compagni, fra cui ricordo il deputato avvocato Airenti; ciascuno di noi aveva il suo primo amoretto, ci ajutavamo a vicenda di notte per scalare le mura del giardino del collegio e andavamo a sospirare innocentemente e platonicamente sulle rive del porto sotto le finestre del nostro adorato tormento, come dicevamo metastasiamente, e ritornavamo con mille stratagemmi a rintanarci in collegio. La faceta tresca durò qualche mese. Alcuno di noi aveva preso sul serio queste avventure notturne; ci parea d’essere altrettanti Werther, altrettanti Ortis. Un mio compagno si volea suicidare, un altro parlava di rapire l’amata; io scarabocchiava a furia lettere, romanzetti, o abbozzi di drammi. Vere fanciullaggini; quanto al suicidarmi,