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Ei non comprende l’arte per l’arte al modo di Goethe e di Heine, e come dicea Foscolo:

Odia il verso che suona e che non crea;

ma ritiene che il poeta debba in certo qual modo farsi il confidente della propria nazione; debba raccoglierne i gemiti, le speranze, gli sdegni e le glorie per manifestarle apertamente, energicamente.

Secondo Koerner, egli usò il verso qual possente eccitatore dei sentimenti d’indipendenza e di libertà, sopratutto in tempo di pace fiacca, ed ebbe il coraggio di scrivere e di stampare i suoi canti sotto il feroce e vigile occhio della polizia austriaca.

Oltre a molte poesie rimaste inedite fino ad ora, e che giova sperare, nell’interesse della letteratura italiana, che abbiano o prima o poi a veder la luce, l’Aleardi scrisse alcune prose sulle arti belle, di cui è amorosissimo, e che con molta cura ne’ suoi viaggi ebbe campo di studiare.

La rivoluzione del 1848 lo sorprese a Roma. Volato a Venezia, fece parte della Consulta di Stato, quindi fu dal presidente Daniele Manin inviato a Parigi qual incaricato d’affari.

Volte al basso le fortune italiane, si ritrasse tra gli amici suoi di Firenze, ove rimase fino al giorno in cui scadeva il termine dell’amnistia accordata dall’Austria; rientrò allora in patria, anche perchè un suo dilettissimo amico, vecchio e malato, chiedeva riabbracciarlo prima di morte.

Nel 1852, arrestato e chiuso in una delle più malsane prigioni di Mantova, vi passò lunghi mesi, solo, al bujo, affamato, senza tuttavia piegar mai un minuto, non lasciandosi adescar da lusinghe, nè atterrir da minacce.

E sì che una volta fu messa a dura prova la costanza del generoso cattivo.

Da lungo tempo, egli, amantissimo, come abbiam detto, della sorella, era affatto privo delle di lei notizie, e fremeva di dolore e di sgomento in pensando a qual mal punto la poveretta dovesse trovarsi ridotta dopo la tremenda catastrofe che li aveva separati, im-