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rio, e così venne ampiamente provato ch’ei solo aveva saputo raggiungere quella sublime meta, ch’è il vero

Un’altra morte, ben dolorosa al nostro protagonista, valse a fornirgli novella prova dell’amore de’ suoi discepoli per lui; mancata ai vivi la madre del De Sanctis, i suoi scolari vollero renderle a proprie spese i funebri onori; il discorso dato alla luce dall’orbato figlio fu a buon dritto giudicato un capo d’opera d’eloquenza, e d’affetto.

Nel 1848 fu nominato segretario generale dell’istruzione pubblica, nel quale ufficio compilò vari progetti di legge sull’istruzione primaria, sull’istruzione secondaria, sulla scuola normale, sul consiglio superiore di pubblica istruzione.

Nel 1849, soppressa la costituzione, il De Sanctis, minacciato d’arresto, si rifugiava in Cosenza, scrivendo sereno tra le minacce della reazione un profondo lavoro critico sulle opere e l’ingegno di Schiller, lavoro che venne pubblicato in Napoli a guisa di prefazione alla versione dei drammi del sommo poeta tedesco, fatta dal Maffei.

Arrestato in Cosenza nel 1850, fu tradotto alla capitale e gettato nelle carceri del Castello dell’Ovo, ove rimase (breve a dirsi, orrendo a pensarsi!) per circa tre anni, senza veder anima viva, senza uscirne mai, non udendo altro romore che quello dell’onda marina che urlava, più o meno agitata, le pareti della tear prigione.

Qual forza di volontà per non impazzire là dentro! Chiedeva libri, e non gli si volle dare che una grammatica tedesca. Il De Sanctis ne fece tesoro, e si mise a studiare su quella la lingua germanica. Più tardi qualche libro gli fu concesso, ed allora ne chiese di tedeschi, che colle cognizioni a quel modo acquistate si diè a tradurre: furono la logica di Hegel, la storia della poesia di Rosenkratz, e varie poesie di Goethe, di Schiller e di altri scrittori; tutte queste versioni vider poscia la luce a Napoli.

Un bel giorno si aprirono le porte del suo carcere, e senza che verun tribunale avesse proferito giudizio di sorta, vennegli consegnato un passaporto per l’A-