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Da quell’epoca fino alla recente in cui le sorti della madre comune tornarono a sorgere, e questa volta, possiamo asserirlo, per non più cadere, l’Andreucci visse vita privata e onorevolissima, tale da confermare ed accrescere la stima che i suoi concittadini nutrivan per lui.

Dopo il 27 aprile del 1859, data luminosa nell’istoria della Toscana, ei fu richiamato dal Governo provvisorio a sedere nel Consiglio di Stato, quindi nominato dal commendator Boncompagni a membro della Consulta destinata a reggere il paese insieme al commissario straordinario del Piemonte durante la guerra per l’indipendenza; nel tempo stesso era eletto rappresentante del popolo all’assemblea toscana dal collegio di Radda nella provincia Senese.

Creato dal governo del Re cavaliere de’ Ss. Maurizio e Lazzaro, e inviato al Parlamento nazionale nelle elezioni generali del corrente anno dal collegio di Colle, pure della provincia di Siena, l’avvocato Andreucci ha ricevuto l’insigne onore d’essere stato scelto dagli stessi suoi colleghi a vice-presidente della Camera.





È nato a Milano nel 1797, d’una delle più antiche e nobili famiglie di questa città.

Compromessosi gravemente nella rivoluzione del 1821, fu giudicato in contumacia e condannato a morte dal governo austriaco nel 1823.

Refugiatosi nel Belgio e ivi stabilitosi, possedendovi vaste proprietà provenutegli dalla successione della di lui ava paterna, che apparteneva all’illustre stirpe dei conti di Scokart, intraprese importanti viaggi in Francia, in Germania, in Inghilterra e in Olanda.

Verso la fine del 1839, allorchè l’Austria accordò amnistia pei delitti politici, il marchese Arconati-Visconti non volle neppure rimpatriare, contentandosi di